“Esercitare la giustizia significa cercare l’ordine o la verità?”. E’ la domanda che accompagnerà per tutta la vita Dante Troisi, magistrato e scrittore, punto di partenza di un libro come ‘Diario di un giudice”, ritratto della coscienza di un uomo che ha dedicato la sua vita alla giustizia ma che ora sente di essere incapace di giudicare. Spiega così Toni Iermano, docente all’Università di Cassino, ospite al Circolo della Stampa dell’associazione Orizzonti, presieduta dal preside Paolina Marotta, uno dei temi che attraversano l’universo di Dante Troisi e che lo collocano “nell’alveo della grande tradizione letteraria europea, richiamando nomi del calibro di Tolstoj e Dostoevskij”. “Pascaliano di natura – spiega Iermano – osserva la dinamica metallica e abitudinaria delle aule di giustizia, con una disposizione morale alta, indisposta alla transazione”.
Un libro, nato dalle pagine accolte inizialmente sul Mondo di Pannunzio, su invito di Elio Vittorini, che non mancherà di suscitare polemiche per lo spirito quasi autolesionista che lo caratterizza “per cui i magistrati sono i meno liberi anche se giocano con la libertà” ma che è soprattutto “uno specchio dell’umanità che accompagna la quotidianità dei giudici, a partire dall’esperienza personale di magistrato nel Tribunale di Cassino, in un paese devastato dalla guerra, in cui il magistrato era chiamato a giudicare piccoli reati, dal furto di una gallina a quello di una bicicletta. Ad emergere una critica serrata a una società inerte, abitudinaria, recalcitrante a liberarsi dai legacci delle convenzioni e dalla tendenza al compromesso, quella distinzione netta che torna anche ne I Bianchi e i Neri, in cui la differenza è quella tra la piccola borghesia fatta di medici e avvocati e gli uomini e le donne che hanno umanità ma sono esclusi dalla società. Troisi esplora la coscienza di un giudice non certo per una matrice ideologica quanto per ribadire la centralità della dimensione etica e morale, alla base delle relazioni e per interrogarsi sul futuro della giustizia. Ci ricorda che chi è condannato a giudicare deve guardare alla dimensione umana, lo stesso codice non può prescindere dall’etica. Una posizione eretica, la sua, combattuta sia dai politici che dall’ordine giudiziario. Non tutti capirono il senso del suo messaggio, tanto che l’allora ministro della giustizia Aldo Moro lo deferirà per oltraggio a un’istituzione come la magistratura. A difenderlo saranno, invece, uomini come Arturo Iemmolo e Piero Calamandrei che porranno l’accento sulla forza di un libro che voleva restituire la magistratura alla sua sacralità, al di là di luoghi comuni. Poichè per Troisi l’ansia della verità non è finalizzata al ristabilimento dell’ordine ma alla riscoperta della dimensione umana. Tragicamente convinto che la giustizia dei giudici non anticipa di un istante un mondo migliore. La ricerca di Troisi non è mai quella di un pessimista inerte ma di un intellettuale ancora in possesso di cospicue dosi di candore e di moralità che non abbandona il duello e considera la propria sconfitta una necessaria e responsabile conseguenza della scelta di misurarsi contro la relatività del giudizio e l’atavico conformismo delle regole sociali”.
Per ribadire come “come le uniche verità possiamo scoprirle in noi stessi, come accade ai protagonisti de ‘La finta notte’, in cui una coppia si svela a sè stessa nella sua falsità. La vita, sembra dirci l’autore, non può che essere ridotta a sopravvivenza, quando l’uomo non realizza la dimensione morale. Un percorso che culminerà con un libro come L’inquisitore interno 16, ambientato in un palazzo di Viale Italia, che evidenzia il suo disprezzo per la città borghese con un protagonista che non esiterà a trasformarsi in un giustiziere. Troisi si interroga sull’inequità del mondo, sul senso della fede, poichè l’uomo non può sperare nella parusia, se non conquista sè stesso, sottraendo Dio alla sua solitudine. Solo così è possibile tornare a sperare in un Golgota con una crocifissione a cui segua la Resurrezione. Poichè la fede trova un senso nel momento in cui la si cerca. Troisi era un cattolico ma tormentato, consapevole della differenza tra cultura teocratica cristiana che tende a colpevolizzare e cultura teologica che tende a redimere”.




