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Fra le immagini della recente campagna per le elezioni di Midterm trasmesse dai giornali e dalle Tv facevano impressione quelle relative alla partecipazione degli ex presidenti Bill Clinton e Barack Obama accanto a Joe Biden negli ultimi comizi prima del voto. Due leader baciati dal successo e ancora amati dagli elettori democratici accorsi in soccorso del presidente in carica in un momento di difficoltà, alla vigilia di quella che tutti prevedevano una sconfitta bruciante, tale da compromettere la seconda metà del mandato. Nel campo avverso, quello repubblicano, tutto il contrario: l’ex presidente Donald Trump ha distribuito equamente i suoi strali polemici contro Biden ma anche contro i candidati del Gop suoi possibili competitori in una prossima corsa per la nomination alla Casa Bianca o semplicemente non allineati sulla sua posizione estremista, che nega validità alle elezioni di due anni fa e pretende, contro ogni ragionevolezza, di contestarne il risultato. E’ possibile che il contrasto fra questi due atteggiamenti – da una parte l’unità dei democratici attorno al loro leader per quanto indebolito, dall’altra le lacerazioni dei repubblicani alimentate da Trump – abbia contribuito al risultato finale che ha visto una sostanziale tenuta del partito del presidente, con perdite limitate rispetto alle previsioni della vigilia, mentre ora è il fronte repubblicano a dover fare i conti con una leadership compromessa e da molti non più riconosciuta adeguata a rappresentare tutti i conservatori nella prossima sfida presidenziale. Se questo è vero, c’è di che ragionare sulle dinamiche politiche italiane prima e dopo il voto del 25 settembre, soprattutto per quanto riguarda il campo degli sconfitti e in particolare del Partito democratico, che pure è risultato il secondo più votato ma è percepito come il grande perdente della contesa elettorale. Il fatto è che alla vigilia dell’appuntamento cruciale con gli elettori e nelle settimane successive il campo democratico è sembrato molto più simile a quello dei repubblicani americani che a quello dei democratici di Biden. Non siamo, purtroppo, di fronte ad una novità. Da tempo, lo sport preferito degli ex segretari del Pd (e del Pci) è quello di sparare contro il o i successori alla guida del partito: un tiro al piccione che ha risparmiato solo Walter Veltroni, non per rispetto verso il fondatore ma solo perché l’interessato si è chiamato fuori dalla contesa cambiando mestiere. Gli altri sette alternatisi al comando dal 2007 in poi, hanno dovuto fare i conti prima con la fronda interna poi, una volta messi da parte, con una sorta di damnatio memoriae che li ha condannati all’oblio. Il risultato di questa cannibalizzazione dei segretari è che il Pd si è ridotto all’ombra di se stesso, un fantasma privo di consistenza, strattonato da tutte le parti, di incerta identità, vittima di incursioni da parte di alleati, avversari, competitori. Recentemente Enrico Letta, cui oggi spetta il ruolo del cireneo, ha protestato contro l’accanimento di tutti – Calenda, Conte, Renzi – contro il suo partito. Si comportano, ha detto, come se fossero ancora in campagna elettorale: mentre Giorgia Meloni governa l’Italia, “tutti e tre ritengono che fare opposizione al Pd sia più redditizio che fare opposizione al governo più a destra della storia repubblicana”. Avrebbe anche ragione, se non fosse che ad accanirsi siano anche i capi delle correnti interne, alla ricerca di un prestanome da piazzare al Nazareno in attesa di tempi migliori. Che, se la lunga vigilia congressuale prosegue come è cominciata, non verranno.

di Guido Bossa

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