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Pd, un’identità per il futuro

Sono passati venticinque anni dal 21 aprile 1996. L’Ulivo, guidato da Romano Prodi, vinse le elezioni battendo la coalizione di centro-destra costruita da – e intorno a – Silvio Berlusconi e senza l’apporto della Lega di Umberto Bossi. Elezioni che analizzate oggi sono una sorta di anticipazione di tutto quello che nel mondo della politica italiana è accaduto successivamente. Elezioni celebrate addirittura in un film, “Aprile”, di Nanni Moretti che narra sia le vicende personali del regista, che proprio nell’aprile ’96 diventa padre di Pietro, e insieme quelle del Paese che cambia volto con l’affermazione del centro-sinistra scritto volutamente con il trattino perché univa elettoralmente storie, culture e tradizioni diverse che restavano però ognuna indipendente. Si mettevano insieme per la prima volta sul piano nazionale i post-comunisti del Pds, i post-democristiani del Ppi, le forze della sinistra socialista, riformista ed ecologista. Questi partiti si uniscono in coalizione con Rifondazione Comunista, un patto elettorale decisivo per la vittoria che consegna all’Ulivo la maggioranza al Senato ma non alla Camera, dove l’apporto del partito di Bertinotti è determinante, senza, la maggioranza non c’è. Un equilibrio instabile dunque che caratterizzerà quasi tutte le coalizioni di governo da allora fino all’ultima legislatura, che infatti ha visto ben tre maggioranze diverse in tre anni. Ma non è l’unica analogia con il presente, a partire dal ruolo delle coalizioni che si formano nel Paese, utili per vincere ma non per governare. I limiti dell’Ulivo emergono non solo nelle differenze programmatiche con Rifondazione ma anche al proprio interno dove tra post democristiani e post comunisti la coesistenza era difficile allora ed è carica di tensioni anche oggi. Zingaretti si è dimesso per non sottostare al potere delle “correnti” ma nel PD la componente di sinistra resta ben distinta da quella degli ex renziani di Guerini o ad Area Dem di Franceschini. Una storia, insomma che si ripete, una necessità di non perdere un’identità per contare nella geografia interna. L’altra divergenza è l’accettazione di una leadership condivisa. Allora Prodi si trovò da subito nel mirino e la sua parabola è simile a tutti i leader dell’allora Ulivo e dell’attuale partito democratico. Si è detto con un’immagine un po’ forte che nel centrosinistra i leader vengono divorati come Crono faceva con i suoi figli. Al di là dei paragoni cruenti il punto è che in venticinque anni non c’è mai stata l’accettazione di una leadership capace di dare continuità ad un progetto. Per superare fazioni e distinzioni si è pensato al metodo delle primarie ma l’idea lanciata da Arturo Parisi ha avuto alterne fortune, un metodo di selezione del gruppo dirigente che non è mai diventato un marchio come negli Stati Uniti. E così si procede a strappi, a volte le primarie vengono ritirate fuori dal cassetto per individuare un candidato sindaco mentre in casi analoghi si procede con indicazioni calate dall’alto. Troppe contraddizioni dunque e il Pd, come l’Ulivo, resta un progetto e un soggetto incompiuto. Qualche anno fa il sociologo Ilvo Diamanti scrisse che solo il tempo poteva rivelarci l’evoluzione dell’Ulivo che rischiava di diventare un albero senza radici e un volto senza storia oppure la sua storia poteva continuare, con volti e nomi diversi. Filippo Andreatta ricorda oggi che il “PD non deve cadere nell’errore del revisionismo storico, Dozza e Dossetti, Moro e Berlinguer erano avversari non dei ticket. Il ritorno di Enrico Letta ha aperto la terza fase del centrosinistra, dopo l’Ulivo e la fusione a freddo delle nomenclature oggi occorre costruire un’identità valida per il XXI secolo, unendo i riformismi non per il passato che li divide, ma per il futuro che li attende”.

di Andrea Covotta

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