Claudio Petrozzelli, esponente dell’area Schlein del Pd, partiamo dall’ennesimo appello lanciato per la stazione di Avellino: che riscontri avete avuto dalle istituzioni, dalla politica?
Il nostro comitato è riunito in occasione dei 147 anni dall’inaugurazione della stazione. Abbiamo invitato tutte le istituzioni: deputati, senatori, il presidente della Provincia, quello della Regione, l’assessore ai Trasporti, il presidente della Commissione trasporti. L’unica risposta è arrivata dal prefetto Rosanna Riflesso, tramite Pec, che ha cortesemente declinato l’invito per impegni istituzionali già presi. Per il resto, nessun riscontro. E questo dispiace, perché in sala c’erano associazioni, sindacati e tanti cittadini che aspettavano risposte concrete”. Ad esempio Petracca e Petitto siedono in Commissione regionale Trasporti: chi più di loro potrebbe e dovrebbe dare risposte su una vicenda del genere? Da questi consiglieri non ho sentito una parola sulla stazione.
Cosa significa un capoluogo senza stazione?
Significa isolamento. E l’isolamento porta allo spopolamento, perché le persone tendono ad allontanarsi da una città che non offre servizi essenziali. Ma significa anche meno commercio: diventa più difficile far arrivare merci, manca uno scalo collegato alle principali direttrici, anche dell’alta velocità-capacità. È un danno economico e sociale enorme.
L’elettrificazione della ferrovia è in ritardo: perché?
Bisognerebbe chiederlo a RFI. Lo abbiamo fatto, li abbiamo invitati al confronto, ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta. Sono loro a gestire l’infrastruttura e dovrebbero spiegare i motivi di questi ritardi. Invece, registriamo un silenzio assordante.
Lei era presente anche all’assemblea pubblica convocata dalle associazioni e dalla sinistra per discutere di amministrative: il centrosinistra potrebbe presentarsi diviso alle amministrative?
Siamo a pochi giorni dalla presentazione delle liste e, nonostante un anno di tempo a disposizione, siamo ancora senza una soluzione. L’unica soluzione possibile è politica.
Il problema è la condivisione di una candidatura a sindaco?
Ci sono diversi possibili candidati all’interno del Pd, tutti rispettabili. Personalmente ho una preferenza per Francesco Todisco. Ma al di là dei nomi, non si capisce perché si debba cercare una soluzione all’esterno, che con la politica ha poco a che fare.
Perché si insiste su un candidato civico?
Questo bisognerebbe chiederlo a chi sta forzando la mano. Io vedo una contraddizione: dopo una prima convocazione del tavolo riservata ai partiti, scelta che condivido, non si capisce perché non si sia poi allargato il confronto alle associazioni, che in città hanno avuto un ruolo importante negli ultimi anni. C’è anche un rischio: si può candidare un civico, ma se quel civismo è stato vicino a certi sistemi del passato, a Festa e Nargi, si rischia di riprodurre lo stesso modello di gestione.


