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Prata e i 100 anni di storia del Palazzo Baronale, Barra: simbolo di speranza di rinascita dell’intero borgo

“Un presidio di libertà e civiltà, miracolosamente salvato dopo il terremoto del 1980, simbolo della rinascita possibile dell’intero borgo”. E’ il professore Francesco Barra a soffermarsi sul valore di cui si carica l’anniversario dei cento anni dalla donazione del Palazzo Baronale da parte della famiglia Di Marzo al Comune di Prata nel corso di un convegno “100 anni di storia” promosso dal Touring Club con il coordinamento di Fiorentino Pietro Giovino e Claudio D’Onofrio e il sostegno della Misericordia. “Il Palazzo Baronale – sottolinea Barra – ci ricorda come il passato rappresenti una risorsa da valorizzare, sul piano naturale, paesaggistico e turistico. Si carica di un valore simbolico forte poichè rappresenta un elemento di raccordo con quella parte di Prata cha attende ancora di essere salvata, dal centro storico, conservatosi proprio perchè abbandonato all’indomani del sisma. alla Basilica Paleocristiana, che nasconde nel territorio posto alle sua spalle una città scomparsa di epoca tardo antica. Un patrimonio, quello rappresentato dal passato, dal borgo alla bellezza dei castagneti fino all’industria legata al vino, che chiede di essere conosciuto per essere difeso”. Barra ricorda come il Palazzo Baronale sia stato testimone delle diverse vicende storico-politiche che hanno caratterizzato il territorio, dalla fine della proprietà feudale all’avvento della nuova borghesia legata alle professioni e all’industria, in un percorso che va dagli Zamagna, feudatari legati alla Repubblica di Ragusa ai Di Marzo, arrivati a Tufo nella seconda metà del ‘600, famiglia di notai e avvocati che, dopo la scoperta del minerale sulfureo nelle proprie terre, investiranno nell’industria con l’apertura delle miniere”.

E sono davvero tante le storie che si intrecciano nel racconto dei relatori, moderato da Floriana Guerriero, da quelle dei Di Marzo ai Capone, anche loro impegnati ad Altavilla nell’industria mineraria, due famiglie differenti anche per formazione politica, i Capone di tradizione garibaldina, i Di Marzo più liberali. Ed è sulla figura di Donato Di Marzo che si sofferma Barra “tra gli esponenti più illustri della famiglia, deputato e poi senatore, fu uno degli artefici della realizzazione dell’Avellino Rocchetta, all’indomani della scelta infelice di deviare la Napoli Bari da Avellino a Benevento. Una scelta di cui paghiamo le conseguenze anche oggi. Se l’idea fu sostenuta con forza da De Sanctis, fu Di Marzo a portarla a termine con il sostegno di Giustino Fortunato e Michele Capozzi. Un’amicizia, quella tra Di Marzo e Fortunato, che era comunanza politica e umana, nel segno delle idee liberali, testimoniata da un prezioso epistolario”. Barra ricorda come sarà, poi, Alberto Di Marzo a liberarsi di questo costoso edificio, donandolo alla comunità di Prata, “che tanto aveva dato alla sua famiglia in termini di consenso elettorale e a cui era profondamente legato, una scelta nobile ma in parte obbligata anche perchè l’edificio era diventato anche un peso per la famiglia. Un’eredità, quella dei Di Marzo, raccolta oggi dai Di Somma che portano avanti l’azione imprenditoriale della famiglia nel segno del vino e sono anch’essi la dimostrazione di come senza memoria non si possa fare cultura”. Ed arriva proprio da Ferrante Di Somma un messaggio di saluto al pubblico e ai relatori, con la promessa di essere in prima linea nelle iniziative di valorizzazione dell’antico edificio.

A far pervenire un messaggio di sostegno forte all’iniziativa anche il Commissario prefettizio Antonio Incollingo, impossibilitato a partecipare, mentre è la dirigente dell’IC di Pratola Erika Garofalo a sottolineare come l’istituto porti avanti un percorso di riscoperta e salvaguardia della memoria, nell’ambito della progettualità di educazione civica “per rendere i nostri studenti consapevoli del patrimonio storico artistico, che è parte integrante della costruzione della propria identità sociale e culturale”. Di notevole interesse l’intervento di Giuseppe De Pascale dell’Istituto Italiano dei castelli che ricorda come il Palazzo Baronale, prima di diventare residenza nobiliare, fosse una fortezza, “A testimoniarlo la forma e la posizione. Non è un caso che il Palazzo Baronale sia stato al centro della Giornata dei castelli del 2016, esempio dei tanti manieri che nel processo di evoluzione sono diventati altro e che oggi rappresentano una risorsa da valorizzare”. Sottolinea la ricchezza del patrimonio castellare d’Irpinia, sottolineando come “la donazione da parte dei Di Marzo riveste una grande importanza, avendo restituito un bene così prezioso alla collettività. In altri comuni non è accaduto e oggi ci troviamo di fronte a castelli come quello di Capriglia acquistati da irpini emigrati negli Usa, simbolo di prestigio e riscatto nei confronti della comunità”.

Non nasconde la propria emozione la professoressa Giulietta Fabbo, docente di latino e greco al liceo Colletta, nel ricordare come tra le sale del Palazzo Baronale che ospitavano le aule scolastiche abbia insegnato anche il nonno e pone l’accento sulla proposta di una progettualità legata alla Formazione Scuola Lavoro che possa coinvolgere gli studenti delle superiori nella conoscenza e valorizzazione del patrimonio “Il percorso di Formazione Scuola Lavoro rappresenta l’opportunità per rafforzare il legame col territorio attraverso protocolli d’intesa con enti locali così da innescare un circolo virtuoso e realizzare una sinergia autentica. Di qui l’idea di inserire il Palazzo Baronale tra i monumenti Fai illustrati dagli studenti nelle vesti di Ciceroni o comunque in percorsi di carattere culturale e sociale. Lo testimoniano, del resto, i laboratori, le mostre, le narrazioni che hanno preso vita in queste stanze, in occasione delle celebrazioni legate al centenario della donazione”. A Fiorentino Pietro Giovino il compito di raccontare il miracolo che ha consentito di restituire il Palazzo Baronale alla comunità e riscoprire la memoria che l’antico maniero custodisce “Questo Palazzo rappresenta solo un tassello di quello che è il centro storico, dal Palazzo Cirillo alla Chiesa di San Giacomo e testimonia come sia possibile restituire vita ai monumenti simbolo del nostro passato. Qui la microstoria abbraccia la macrostoria, questo Palazzo ha ospitato i Normanni, gli Angioini, gli Aragonesi.  Distrutto nel 1530 e ricostruito in forma di palazzo per i suoi baroni. La sua storia si muove all’interno di dinamiche internazionali atipiche per i piccoli feudi in Irpinia. Al centro del nodo viario tra Mirabella e Benevento Salerno, appariva come un baluardo settentrionale della contea di Avellino. Tanti i documenti attraverso i quali entra nella Grande Storia, dalla distruzione di Prata da parte di re Ruggero del 1134 alla resistenza tenace da parte di Sergianni Caracciolo che nel 1461 si ribellerà al sovrano. Fino al ritrovamento di un documento legato alla geneaologia degli Zamagna che attestava il legame della famiglia slava con Prata. Da Savino Zamagna a Niccolò de Gradi, entrato nella Marina Regia austriaca fino a Francesco, che volle fortemente farsi chiamare barone di Prata, parte del corpo diplomatico di Sarajevo.  Un percorso che arriva fino ai Di Marzo, principali creditori dei baroni di Prata, ai quali il palazzo sarà assegnato all’asta. Non possiamo dimenticare, poi, che in queste stesse stanze, diventate poi aule, studiarono diverse generazioni di pratesi sin dalla più tenera età con l’ausilio delle Suore Carmelitane”. E ricorda come la vittoria più bella sia quella di “aver coinvolto in questo mio progetto visionario le nuove generazioni in questo percorso di riscoperta e trasmissione della memoria”:.

E’, infine, Claudio D’Onofrio, curatore del restauro a illustrare l’intervento che ha caratterizzato il Palazzo Baronale, un restauro partito 15 anni fa, nell’ambito del Piano integrato di riqualificazione urbana che aveva l’obiettivo di mettere a sistema i borghi antichi abbandonati. “Il Palazzo era caratterizzato da una forte stratigrafia, poichè di volta, in volta era stato adattato ai diversi usi ai quali era destinato, da scuola a sede del Municipio o persino come deposito. Di qui gli interventi di pulizia e restauro per renderlo fruibile al pubblico e provare a immaginare ciò che sarebbe potuto diventare”. Ricorda con amarezza come “il borgo antico sia oggi intatto, abbandonato dopo il terremoto. Non si è dato valore al recupero del patrimonio storico. A prevalere, all’indomani del sisma del 1980, è stata la scelta di lasciare i centri storico e costruire in luoghi più vivibili, rinunciando a far vivere la memoria dei luoghi. Anche a Prata è capitato che si scegliesse di abolire ciò che si riteneva di non poter recuperare, malgrado il valore storico dei luoghi”. Quindi a parlare sono gli spazi, impreziositi da laboratori e mostre dedicate alla pittura, alla cultura contadina o alla moda antica, facendo rivivere scene di vita quotidiana che hanno attraversato un secolo di storia.

 

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