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Prima di notte, i racconti di Perugini tra memoria e presente

Sono racconti capaci di mescolare generi e stili differenti, scritti nel corso di una vita, ora per il blog viagramsci ora per concorsi o semplicemente per il piacere di scrivere. Sono quelli che compongono la raccolta “Prima di notte” di Carla Perugini, già docente di lingua e letteratura spagnola all’Università di Salerno, edita da Carte parlanti. Perugini parte da dei veri esperimenti letterari, come nei microracconti in cui la narrazione si riduce a una sola frase, non senza un pizzico d’ironia, come quando in “Spina nel fianco” scrive “Qualcuno sa come estrarla” o ancora in “Dio, Adamo, serpente” commenta “Alla fine dei tre maschi che mi proibirono il frutto della conoscenza nessuno capì dove l’avevo nascosto”. Ed è il gusto del paradosso il protagonista anche della sezione “Delitti e castighi”, in cui l’autrice esplora la polisemia delle parole, tra allusioni e metafore, smontando luoghi comuni legati al genere della detective story. “Apprese d’un lampo – si legge in “Un bravissimo giallista” – d’aver narrato il delitto perfetto quando, dall’ultima pagina del romanzo, partì quel colpo che insanguinò la parola fine”. Mentre in “Chi ha spinto il bottone?” immagina una fine del mondo causata dall’esplosione di tutte le bombe in dotazione ai diversi eserciti, un incendio universale capace di trasformare il Paradiso in Inferno con fiamme ovunque, dalle quali è impossibile fuggire “Angeli, Santi e Beati, con le aureole di sghimbescio e mezze bruciacchiate, urlavano a distesa da un Paradiso divenuto molto più simile all’Inferno”. A dominare la raccolta il disincanto e l’amarezza di chi vede intorno a sè pagliacci pronti a giocare l’ennesima recita come nel caso della guerra, come dimostrano le ridicole giustificazioni addotte dai capi di stato, nelle quali riecheggiano le parole di Putin “Li abbiamo aggrediti come misura cautelare. Qualcuno su Facebook giurava di aver visto delle manovre sospette nei pressi di casa sua, al confine fra i due paesi. Dovevo pur difendere il mio popolo”.Tra le pagine anche l’ombra della pandemia come nel racconto breve “Il manichino e il suo paesaggio” in cui un manichino racconta ciò che vede dalla sua vetrina nei drammatici giorni del lockdown, in una città semideserta, da cui gli uomini sono quasi scomparsi e escono indossando misteriose protezioni o tute spaziali . “E gli uomini? -si chiede il manichino – dove sono andati a finire? Talvolta, ne vedo alcuni solitari camminare guardinghi, il viso e le mani coperti da inedite protezioni, scostandosi all’avvicinare di un proprio simile. Da questa vetrina non posso sentire parole ma non mi pare che se ne scambino…Questa mia immobilità che credevo esclusiva ora sembra aver contagiato tutto ciò che sta fuori”. Mentre ne “La teoria del caso” un uomo, rimasto all’oscuro della misteriosa epidemia, riscopre finalmente il piacere di vivere nella propria casa “Per la prima volta la casa mi appare come un rifugio, un’amica. Osservo le mie cose con uno sguardo diverso. Finalmente mi sento padrone di me stesso e della mia volontà”.
Preziosa la riflessione sul ciclo della vita che l’autrice consegna in “De rerum natura”, come testimonia il dinosauro trasformatosi in pietra “Pochissime tracce conservava nella memoria di quel lontanissimo passato in cui la sua mole s’espandeva tra un cielo e una terra bambini…Ma non tutto di lui s’era spento, solo trasformato, passando da un regno all’altro: ora si sentiva un minerale e come tale sapeva di continuare ad essere, sia pure immobilizzato in quelle smisurate membra, fatte ormai di pietra e rare erbe”. Nè mancano i racconti dedicati all’universo femminile come in “La figlia di Cervantes non sapeva firmare” in cui si staglia la figura di Isabel, figlia dello scrittore Cervantes, frutto di una relazione adulterina. La donna, pressochè analfabeta, riuscirà ad entrare al servizio delle Cervantas, le donne di famiglia ma il suo sarà un destino amaro “Cenerentola maltrattata al punto di non apprendere i rudimenti dell’istruzione o furba arrampicatrice come dimostrarono le sue interessante relazioni amorose?. Fatto sta che nelle dichiarazioni al processo disse che non sapeva firmare e non firmò”. Allo stesso modo Eleonora d’Altavilla, destinata al ruolo di principessa, si ritroverà ad invidiare il destino delle figlie dei contadini del padre, sentendosi improvvisamente vicina alla piccola Stella, come lei costretta a sposare chi non ama. Una raccolta che non dimentica la terra irpina come in “Parla il daimon” dedicato al borgo di Cairano in cui seguiamo il flusso di pensieri dello spirito del borgo, perso nelle visioni di un passato che non può più tornare. A svegliarlo dopo anni di silenzio e solitudine l’arrivo di un misterioso gruppo di uomini “Avevo gli occhi appesantiti dall’oscurità dei secoli, l’udito ovattato a causa della solitudine, ma ho voluto accompagnare quello strano drappello di uomini e donne, su per le spire di questo paese-serpente addormentato, luminoso, tranquillo…Cercavo di capire chi foste. Poi quando il lupo ha fatto sentire ancora una volta il suo ululato, lì dove meno me lo sarei aspettato, nella sala dove vi eravate riuniti a parlare vi ho riconosciuti. Ecco i miei irpini”. O come nel racconto dedicato a palazzo Trevisani in cui Perugini ci offre il ritratto di un edificio, che era l’orgoglio della città, di cui si sono appropriati ormai i senzatetto, come a ribadire il pericolo che la città perda la sua identità e la memoria. Tante le figure che si stagliano tra le pagine, tra mestieri dimenticati come la capera che faceva i capelli a nonna Elvira “Era tutto uno sbrogliare, un pettinare, un lisciare”, molte delle quali ripescate tra i ricordi di famiglia, tra fantasmi che sembrano non trovare pace, con la consapevolezza che la vita riesce sempre a farsi beffa di noi.

Floriana Guerriero

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