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Progetto pilota, “utopia concreta”

 

Metti una mattina fredda e ventosa di febbraio a Calitri, dove si parla di progetto pilota per l’Alta Irpinia. La sede è quella della Comunità Montana, un ente che in questo periodo sopravvive a fatica, mentre un tempo governava il territorio, quella che ora si apprestano a fare i sindaci attraverso il progetto pilota. Una formula che riassume l’ambizioso progetto di costruire la Città dell’Alta Irpinia o meglio la Comunità dell’Alta Irpinia, definizione forse più adatta a un’area che deve diventare non la somma dei campanili ma la loro completa fusione . Un modo per far invertire la rotta ad un territorio sempre più depauperato dai continui abbandoni che hanno spopolato i paesi, svuotato le scuole e riempite le piazze di anziani, mentre si assottigliano i servizi di assistenza con una sanità provata dai continui tagli, dalle inopinate chiusure delle strutture, disagi sociali accresciuti da una precarietà dei trasporti e da una viabilità disastrata che aumenta l‘isolamento. Il progetto pilota vuole proprio invertire la rotta per far risalire la china all’Alta Irpinia, costruendo la comunità dei servizi dentro una comunità operosa. Una formula felice che punta ad elevare lo standard dei servizi primari, scuola, sanità, trasporti, senza tralasciare la crescita economica attraverso la valorizzazione delle risorse culturali, ambientali che rappresentano la ricchezza di quest’area. Un progetto ambizioso ancora tutto narrato e privo della progettazione esecutiva che si farà nei prossimi mesi, sulla scorta delle linee definite in un documento che i sindaci hanno presentato il 10 febbraio a Calitri e che dovranno perfezionare nelle prossime due settimane. Qualcuno ha detto che è il solito libro dei sogni, e lo sviluppo solo una chimera che mai si realizzerà. Io invece vedo il progetto pilota come una “Utopia concreta” che però si scontra con una modernità cinica che non ama le piccole realtà, osteggiate dall’urbanesimo novecentesco che con il mito borghese della città considerava marginali i piccoli centri relegandoli ad un ruolo subalterno, avversità accresciuta dalla globalizzazione che vede con fastidio i paesi, sinonimo di identità culturale che è l’opposto dell’omologazione e del pensiero unico imposto proprio dalla globalizzazione. Ma le piccole realtà restano comunque un modello alternativo di vita e di organizzazione civica. D’altronde la cultura dell’Appennino da sempre si è caratterizzata per una sua autonomia rispetto a quella della fascia tirrenica, imbevuta del mito occidentale del progresso industriale e post industriale e di quella adriatica che risente dello spirito levantino e mercantile dell’oriente. La cultura dell’Appennino è sostanzialmente cultura delle comunità, dentro un territorio pieno di disagi e asperità ma anche di incontaminate bellezze naturali ed artistiche che bisogna a tutti i costi preservare e tutelare. In questa direzione il dibattito sull’eolico selvaggio ha avuto accoglienza nelle premesse del documento preliminare facendo giustizia delle battaglie portate avanti dai vari comitati, mentre mancano nel documento i richiami alle trivellazioni che riguardano una parte dei paesi che cadono nel progetto pilota oppure in un area limitrofa che comunque influenza il territorio compreso nel progetto. Una dimenticanza che dovrebbe essere colmata perché il progetto pilota ha un senso e un futuro se viene realizzato in un’ area incontaminata e priva di fattori ed elementi inquinanti.
edito dal Quotidiano del Sud

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