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Quando dalle nostre parti si parlava francese

di Virgilio Iandiorio

Parole provenienti da altre lingue da sempre sono state introdotte nella nostra lingua italiana.  In questi ultimi anni termini, locuzioni e frasi derivanti dalla lingua inglese hanno letteralmente invaso il nostro vocabolario.

Eppure, nel nostro parlare utilizziamo spesso dei termini francesi, e il più delle volte non ce ne rendiamo conto. Se siamo al ristorante (restaurant) chiediamo al cameriere il menu. E lo chef  prepara sempre in modo eccellente crep, champignon, crem caramel, vin brulè. Anche in pasticceria noi chiediamo il bigné, o delle brioche o dei mignon o  dei dessert. Nel supermercato, invece del solito pane, andiamo in cerca della baguette. A pranzo, poi, quanto ragù, purè, omelette, paté, gattò siamo soliti mangiare! E quando ci lasciamo scappare dalla bocca qualche parola di troppo, chiediamo subito scuse per la gaffe. Che dire poi  di “élite” e “dépliant”, che hanno conservato anche nella nostra lingua l’originario accento francese.

Nel  dialetto irpino parole francesi erano usatissime quando la cultura contadina era viva e vitale.

Prendiamo per esempio le “brole”, le caldarroste, la parola deriva dal verbo brûler che significa bruciare, ardere. Nelle sere d’inverno sulla brace del focolare si ponevano le castagne per farle abbrustolire.

Nei campi dove c’era abbondanza di acqua, soprattutto in vicinanza dei corsi d’acqua, invece di scavare pozzi, dove possibile si impiantavano delle norie: una grande ruota dotata di una serie di recipienti che si riempiono d’acqua alla base e la scaricano in alto  per irrigare i campi. In dialetto la noria è detta “catosa”, da “chateau d’eau”, quasi una torre dell’acqua.

Era frequente in casa preparare la “pizza jonna”, una focaccia di farina di mais impastata con acqua bollente, sale e olio, che si accompagnava al piatto delle verdure bollite; l’aggettivo “jaune” significa giallo.

Le galline sono custodite in recinti che diciamo “masonari” e i polli  quando finisce il giorno “si vanno a masonà”; la “maison”, non è solamente la casa nostra ma anche quella degli animali da cortile. E restando nell’ambito dei volatili, quando la gallina ha fatto l’uovo si esibisce in gorgheggi non proprio da soprano, si dice che la gallina “scachetea”; il verbo francese caqueter significa proprio lo schiamazzare delle galline.

Gli uccellini catturati venivano posti nelle “cajole” o “cangiole”, in francese  gabbia si dice cage.

In alcuni paesi dell’ Irpinia le albicocche sono chiamate “liberge”. Anche questo è un francesismo da “aliberge”, che secondo alcuni linguisti deriverebbe dal latino “albus” perché questo frutto molto saporito è di pasta molto chiara. Che poi, secondo altri esperti, in Francia questo sostantivo sia stato portato dagli Arabi (la parola originaria sarebbe al-beg) non cambia i termini della questione; vale a dire che a noi è arrivato tramite il francese.

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