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Quando la storia locale diventa localismo

di Virgilio Iandiorio

E’ una “mania” tutta nostra provinciale di esaltare personaggi irpini, solo perché Irpini. Oppure trasferire nel passato il senso dell’appartenenza dei giorni nostri. O, peggio ancora, dedurre l’importanza del luogo dalla fugace presenza di un grande personaggio, ma con tanto di foto ricordo. Una sorta di reliquia di contatto, come accade per esempio quando si sfrega un fazzoletto sul sarcofago di un santo: reliquie minori, ma sufficienti a tenerne vivo il culto.

Si prendano gli antichi “rapporti” dei popoli del Sannio con Roma. Le Guerre Sannitiche che diventano quasi come quelle per l’Indipendenza, venute millenni dopo. Per non parlare della storia in tempi a noi molto più vicini. Solo che quando più ci avviciniamo ai giorni nostri la linea di demarcazione, tra localisti e non, passa attraverso il credo politico. Progressisti e reazionari: i primi gli eroi, gli altri gli aguzzini. Atteggiamento tipicamente italiano derivante dagli sviluppi storici e politici degli ultimi anni. Il declino delle ideologie e l’emergere di una sorta di ideologia territoriale appare il dato più significativo in ordine alla formazione di identità politiche locali, con tutte le distorsioni tipiche di chi tenta di creare un mito fondatore partendo da fondamenta culturalmente discutibili.

La tradizione locale viene così accolta come virtù pregiudiziale, in grado di sostituire ideologie cadute, di sostituire un senso di appartenenza di “parte”. Scrive Marco De Nicolò in Glocale Rivista molisana di storia e scienze sociali 1/2010:   “La misura del locale dalla preistoria ai giorni nostri, accompagnata spesso dal disinteresse per i fenomeni generali, ha trasformato la sua apparente concretezza (in quanto riferibile a uno spazio preciso), in astrazione, poiché slegata da altri territori e da altri processi. Tale impostazione neo-erudita, spinta al localismo, all’esaltazione a priori della propria storia locale, si è autoalimentata. Un’ulteriore tendenza è stata quella di riscoprire i “parenti nobili” delle identità di parte, del socialismo, del cattolicesimo, del liberalismo locale, e inserirli in modo “ortodosso” nelle più grandi storie dei rispettivi partiti, fino a scorgere tratti di originalità e di grandezza in personaggi di modesta caratura solo perché locali”.

Che dire poi delle pubblicazioni di storia locale. Queste parole di Mons. Nicola Gambino (Fontanarosa 1921-Mirabella Eclano 2000) valgano come indicazioni da seguire: la ricerca storica non è un esercizio erudito per raccogliere le notizie meno note o più curiose della vita paesana del passato. Ma è lo sforzo di penetrare attraverso fatti episodici nell’animo del popolo al quale apparteniamo (cfr. Aeclanum cristiana edito nel 1982).

Scrivere è una delle cose più individuali nella vita degli uomini. E a tutti viene voglia di affidare alla penna o al monitor qualcosa di sé. Ma ciò che scriviamo è molto più importante di come lo scriviamo? O le due cose sono correlate? In genere chi scrive per il pubblico, è convinto che chi leggerà conosca per filo e per segno le sue parole scritte. Le cose, però, non stanno così. Molto spesso il lettore finge di capire per non sembrare persona poco istruita o un antagonista o un rivale.

Quanto è bello ascoltare alla tv quelle trasmissioni culturali (e qui c’è solo l’imbarazzo della scelta) in cui gli interlocutori parlano per sé stessi e con sé stessi. Come quel professore miope della novella di Luigi Pirandello, che convinto di parlare agli alunni tiene, invece, lezione ai loro cappotti lasciati sui banchi.

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1 commento

  1. Analisi lucida, puntuale, sul rischio che corrono spesso, quando si occupano di storia locale, quelli che il ricorso al fatto storico, a personaggi di spicco non li intendono come opportunità per approfondimenti di ampio respiro, ma li sviliscono in localismo, che è scelta riduzionista delle tradizioni locali di valore. Riflessione utile e opportuna questa del Preside emerito Virgilio Iandiorio.

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