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Tra poco più di due mesi la legislatura vivrà uno dei momenti più importanti con l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Uno snodo cruciale in tempi tumultuosi per la politica. Una legislatura iniziata con le vittorie di forze che si dichiaravano anti sistema e finita con le stesse forze che governano insieme ai partiti del sistema. Il caso più emblematico è quello del Movimento Cinque Stelle. Qualche tempo fa Beppe Grillo ha sostenuto che è stato fondamentale per convogliare nella democrazia certe pulsioni che avrebbero potuto sfociare facilmente in ribellismi pericolosi e violenti. Una tesi che possiamo anche considerare vera ma bisogna ora chiedersi perché il Movimento è diventato un’altra cosa e perché le spinte di rancore e di rabbia contro il sistema siano riprese. La risposta sta nel fatto che i Cinque Stelle hanno fatto scelte diverse, hanno conosciuto la fatica del governo e hanno costruito alleanze pur di restare nell’esecutivo e dunque hanno smesso di occuparsi di chi ancora oggi ha pulsioni antisistema che sono puntualmente ritornate fuori. Tutto questo sconvolgimento è avvenuto in poco tempo e in molti adesso si chiedono che succederà al Movimento e quanto durerà la leadership di Giuseppe Conte. Una cosa è certa come dice Piergiorgio Corbetta sul Mulino, “un partito che prende il 25% dei voti la prima volta che si presenta alle urne nazionali e che poi lo conferma con addirittura il 33% cinque anni dopo non è un fenomeno transeunte, un partito meteora. Né un corpo estraneo alla politica italiana. Ma vuol dire che ha toccato corde profonde nell’elettorato”. Se questo è vero è altrettanto vero, come dimostrano tutte le ultime elezioni comprese le amministrative delle grandi città, che queste corde con l’elettorato si sono spezzate e sarà compito di Conte e dei dirigenti pentastellati provare a ricostruirle sapendo che un modo di fare politica si è definitivamente chiuso. La vera distanza sta tra quello che si è detto e quello che si è realizzato. Qualche tempo fa il Corriere della Sera ha ricordato che Beppe Grillo durante la campagna elettorale del 2018 aveva promesso il taglio degli stipendi dei manager, l’accorpamento dei piccoli comuni e l’abrogazione delle province, lo stop alle missioni militari all’estero, l’eliminazione degli F35, il pagamento dello Stato dei debiti delle aziende entro 30 giorni, la messa sotto processo del Pd per la vicenda del Monte dei Paschi di Siena. Solo per stare all’ultimo punto i Cinque Stelle proprio a Siena hanno sostenuto lo scorso 3 ottobre il segretario del PD Enrico Letta. Un bel cambio di passo. Si potrebbe dire che anche nel caso del Presidente della Repubblica, si è passati dalla richiesta di impeachment ad inizio legislatura da parte di Di Maio, al pieno sostegno di Mattarella che in molti nel Movimento, oggi, vorrebbero riconfermare come Capo dello Stato. Due esempi che ci dicono che in politica è lecito cambiare idea ma senza nemmeno esagerare.  Adesso in un Parlamento balcanizzato i Cinque Stelle restano la forza principale e saranno determinanti per l’elezione del prossimo inquilino del Quirinale. Hanno i voti insomma ma non i candidati da proporre e potrebbero dividersi sui nomi che verranno indicati dalle altre forze politiche. E’ necessario per Conte stringere alleanze a partire dal PD e costruire insieme a Letta una posizione convergente. Un’intesa che dovrebbe andare oltre l’accordo sul Quirinale e avere un orizzonte più lungo perché come spiega un dirigente del PD come Gianni Cuperlo “il tempo dell’affidarci ad altri è finito e siccome siamo tornati al bipolarismo o di qua o di là, la cosa da fare è attrezzare il campo di qua che vuol dire contenuti, persone e naturalmente leadership”.

di Andrea Covotta

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