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Randagismo, cambiare si può e si deve

E’ passato più di un quarto di secolo dall’entrata in vigore della Legge n. 281 del 1991 (“Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo”) ma ben poco o nulla è stato fatto da allora, soprattutto per arginare il randagismo, in particolare nei territori del Sud dell’Italia.

Nel solo paese di Bonito, negli ultimi mesi, sono stati ben cinque i cani abbandonati in pieno centro; altre due cagnoline, fortunatamente poi adottate, sono state rinvenute in prossimità di alcune abitazioni in campagna. Questi sono solo alcuni dei tanti, troppi casi di abbandono che si registrano ogni giorno, soprattutto nelle campagne, anche a causa della mancanza di adeguati controlli; quotidianamente, infatti, vengono avvistati cani vaganti, spesso padronali, in condizioni orribili, come avvenuto tra aprile e maggio scorso in provincia di Avellino, quando furono ritrovati, a distanza di poco tempo l’uno dall’altra, due esemplari di setter (la femmina purtroppo deceduta), frutto di abbandoni di qualche vile cacciatore.

E le Istituzioni, per legge responsabili e garanti legali dei randagi, dove sono? Al Sud la quasi totalità dei Comuni non ha canili o rifugi propri da destinare al ricovero per randagi, appoggiandosi per lo più a strutture private in convenzione. Ma queste strutture, necessarie solo nell’ottica dell’emergenza, rappresentano un costo enorme, che ricade sui cittadini, come testimoniano le cifre esorbitanti che i Comuni dell’Irpinia hanno versato e continuano a versare ai canili privati. Ma questa modalità di gestire il fenomeno randagismo si è rivelata fallimentare sotto tutti gli aspetti:

  • il numero di animali rinchiusi nei canili rimane elevato; l’affollamento non garantisce il loro benessere, al contrario, in molte strutture sono tenuti come prigionieri in pessime condizioni di salute e in uno stato di estrema sofferenza;
  • il numero di cani vaganti è in continuo aumento;
  • inarrestabile lo sperpero di risorse pubbliche anche a danno della collettività che, a fronte di una montagna di danaro sottratta loro, continua a doversi confrontare con il fenomeno randagismo.

Ma una gestione diversa e vincente del randagismo è tanto possibile quanto urgente: il fiume di danaro convogliato dai Comuni ai canili privati andrebbe utilizzato, in primis, per attuare una massiccia opera di sterilizzazione, mediante i servizi veterinari pubblici, degli animali randagi; sterilizzazione indispensabile anche per i cani padronali, lasciati liberi di riprodursi in maniera incontrollata, attraverso Convenzioni con le ASL che prevedano sterilizzazioni gratuite o, quanto meno, a prezzo calmierato. Necessaria poi l’ identificazione mediante microchippatura e contestuale registrazione presso l’anagrafe canina, sia degli animali catturati sul territorio, sia di quelli ospitati presso i canili municipali, se esistenti, o nelle strutture di ricovero convenzionate. Indispensabili sono anche delle capillari campagne educative che stimolino adozioni consapevoli, al fine di sconfiggere la dilagante ignoranza e creare le basi per una corretta relazione uomo-animale, improntata sul rispetto e sulla responsabilità; spetta poi agli organi competenti porre in essere efficaci controlli affinché anche i detentori degli animali rispettino i doveri che ne derivano, ovvero il divieto di abbandono, una custodia che salvaguardi il loro benessere e garantisca delle buone condizioni di salute, la sterilizzazione, l’obbligo di far identificare con microchip e iscrivere il proprio cane nell’anagrafe.

Tutte questi provvedimenti, uniche armi efficaci per contrastare il randagismo, non sono il frutto di qualche sognatore “animalista”, ma sono previsti dalla normativa vigente in materia e le risorse economiche ci sono!!! Purtroppo però le leggi vengono disattese, non solo dai cittadini, ma anche dagli organi istituzionali preposti che, a causa della loro inerzia, o meglio, immobilismo, hanno consentito che il popolo dei randagi crescesse sempre di più, con tutte le sue sofferenze, con tutti i costi che ne derivano, insieme ai profitti per i criminali che lucrano su questo fenomeno e per i quali i randagi costituiscono un’immensa fonte di guadagni.

Allora una domanda sorge spontanea: perché continuare su una strada che, nonostante le ingenti somme spese, non ha sortito alcun effetto positivo? E’ evidente che NON SI VUOLE risolvere il fenomeno randagismo perché a molti non conviene.

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