Il benessere in Italia mostra segnali di miglioramento, ma persistono profonde disuguaglianze territoriali e criticità sul fronte economico e occupazionale. È quanto emerge dalla tredicesima edizione del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) 2026 dell’Istat, che analizza la qualità della vita nel Paese attraverso 148 indicatori suddivisi in 12 domini, dall’istruzione alla salute, dal lavoro all’ambiente, fino al benessere economico e alla qualità dei servizi.
Nel confronto con l’anno precedente, 54 dei 132 indicatori per cui è possibile effettuare una comparazione registrano un miglioramento, 55 rimangono stabili e 23 peggiorano. Il quadro appare più positivo nel lungo periodo: tra i 133 indicatori confrontabili, 70 migliorano, 24 peggiorano e per 39 non è possibile individuare una tendenza univoca.
Il divario territoriale resta marcato. La tradizionale differenza tra Centro-Nord e Mezzogiorno trova conferma nei risultati del rapporto. Tutte le regioni settentrionali e centrali, a eccezione del Lazio, presentano valori superiori alla media nazionale in almeno la metà degli indicatori regionali disponibili. Nel Mezzogiorno, invece, la maggioranza degli indicatori segnala livelli inferiori alla media italiana, con l’eccezione dell’Abruzzo.
Il Friuli-Venezia Giulia e le Province autonome di Trento e Bolzano registrano valori medi superiori a quelli nazionali in almeno 10 dei 12 domini analizzati. All’opposto, Campania, Puglia e Calabria presentano risultati inferiori alla media italiana in almeno 10 domini su 12. Le differenze risultano particolarmente evidenti negli ambiti del lavoro e della conciliazione dei tempi di vita, del benessere economico e delle relazioni sociali. Abruzzo e Sardegna mostrano invece, in diversi indicatori, risultati relativamente più favorevoli rispetto al resto del Mezzogiorno.
Il quadro territoriale è più articolato per sicurezza, benessere soggettivo e ambiente, dove le differenze non seguono sempre la tradizionale divisione tra Nord e Sud. Nel dominio della sicurezza, le regioni meridionali, con l’eccezione della Campania, registrano livelli migliori della media nazionale. Tra le aree maggiormente penalizzate dalla diffusione di reati predatori e violenze figurano invece il Lazio, la Lombardia, l’Emilia-Romagna e la Toscana.
Nel confronto europeo, l’Italia si distingue per la longevità, ma resta indietro su lavoro e istruzione. L’analisi basata su 40 indicatori mostra risultati migliori rispetto alla media dell’Unione europea per 12 indicatori e peggiori per 18. I principali punti di forza riguardano la salute, la sicurezza e alcuni aspetti ambientali. Le criticità più rilevanti si concentrano invece nell’istruzione e formazione, nel mercato del lavoro e nell’innovazione, ricerca e creatività.
La speranza di vita alla nascita si mantiene su livelli superiori alla media Ue di 2,2 anni. Il vantaggio è pari a 2,7 anni per gli uomini e a 1,6 anni per le donne. Positivo anche il dato sulla mortalità evitabile: in Italia si registrano 16 decessi standardizzati ogni 10mila residenti, contro i 23,8 della media europea. Anche il tasso di omicidi volontari risulta più basso rispetto al riferimento Ue, sia per gli uomini sia per le donne.
Sul fronte dell’istruzione, il divario con l’Europa rimane significativo. La quota di persone con almeno un diploma è inferiore di 14,2 punti percentuali rispetto alla media Ue27, mentre quella dei laureati presenta uno scarto negativo di 13,7 punti. Le competenze digitali di base riguardano il 54,3% della popolazione, contro il 60,4% europeo. Anche la quota di giovani che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet, resta superiore alla media dell’Unione: 13,3% in Italia contro l’11% nell’Ue27.
Le difficoltà interessano anche il mercato del lavoro. Il tasso di occupazione italiano è inferiore di 8,5 punti percentuali rispetto alla media europea, con un divario particolarmente ampio per le donne, pari a 13,3 punti, contro i 3,8 punti degli uomini. Persistono inoltre criticità legate alla mancata partecipazione al mercato del lavoro e al part-time involontario, che presenta uno scostamento negativo di 4,6 punti percentuali rispetto alla media Ue, in aumento a 8,2 punti tra le donne.
Il rischio di povertà è un’altra delle principali criticità. L’indicatore italiano supera di 2,3 punti percentuali la media europea. Risultano meno favorevoli rispetto al riferimento Ue anche la quota di persone che dichiarano grandi difficoltà ad arrivare a fine mese e il livello di disuguaglianza nella distribuzione del reddito disponibile. Al contrario, l’Italia presenta risultati relativamente migliori per il sovraccarico dei costi abitativi e per la grave deprivazione materiale e sociale.
Ritardi si registrano anche sul fronte dell’innovazione e della ricerca. La quota di lavoratori della conoscenza è inferiore di 8,1 punti percentuali rispetto alla media europea, mentre l’intensità della ricerca si ferma all’1,40% del Pil, contro il 2,26% dell’Ue. In controtendenza gli investimenti in proprietà intellettuale, che crescono a un ritmo superiore alla media europea, pur rimanendo al di sotto di quello registrato in alcuni dei principali Paesi membri.
Il Rapporto Bes 2026 propone inoltre una lettura dell’evoluzione del benessere nel periodo 2014-2025, con un approfondimento sulle disuguaglianze e sui cambiamenti di lungo periodo. In occasione del Centenario dell’Istat, l’analisi si estende anche al secondo dopoguerra attraverso 12 indicatori, uno per ciascun dominio, per ricostruire l’andamento di alcuni aspetti della qualità della vita, tenendo conto, dove possibile, delle differenze di genere e territoriali.
A corredo del rapporto, l’Istat mette a disposizione un’appendice statistica con serie storiche e dati disaggregati per territorio, sesso, età e livello di istruzione, una dashboard interattiva e una nota metodologica. Strumenti che consentono di approfondire i risultati e di seguire l’evoluzione del benessere italiano, mettendo in evidenza i progressi raggiunti e le disuguaglianze ancora presenti.

