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Referendum: vincere ma non convincere

“Oggi si vota per tagliare 345 parlamentari: lo dobbiamo al Paese per dimostrare che la politica vuole davvero fare a meno di fannulloni e parolai televisivi”.

Questo è il messaggio che un ingenuo deputato 5S ha messo sul suo profilo FB il giorno delle votazioni, senza rendersi conto che quel messaggio spazzava via tutti gli artificiosi argomenti messi in campo dai sostenitori del SI e rendeva onore alla scelta di oltre sette milioni di elettori di votare No. In realtà l’inconsistenza delle ragioni avanzate per giustificare un taglio così incisivo della rappresentanza parlamentare, rende evidente che l’approvazione popolare della riforma si è basata esclusivamente sul sentimento antipolitico e sul disprezzo del Parlamento opportunamente cavalcato da un ceto politico miope ed irresponsabile.  In realtà – come ha osservato Biagio De Giovanni – i 5S hanno contribuito in modo decisivo ad abbassare ai minimi la qualità dei parlamentari, al punto da giustificare (assieme ad altri fattori) la caduta di stima verticale avvenuta nell’opinione pubblica. Di tal che quando cavalcano il disprezzo nei confronti del Parlamento raccolgono quello che essi stessi hanno seminato.

E tuttavia, se si considera che praticamente tutti i partiti si sono schierati a favore della riforma, approvata quasi all’unanimità, il risultato referendario, nonostante la netta prevalenza del SI, mette in evidenza che nel nostro Paese c’è stata una straordinaria mobilitazione dal basso che ha visto, per la prima volta, la significativa partecipazione di componenti studentesche e giovanili. Questa mobilitazione, che si è mossa sulle gambe di migliaia di comitati sorti spontaneamente e distribuiti su tutto il territorio nazionale, ha ottenuto comunque un grande risultato: quello di costruire un senso comune, seppur minoritario, che rovescia la narrazione dominante che, partendo dalla crisi della rappresentanza, addita al disprezzo popolare i riti e le istituzioni della democrazia costituzionale, a partire dal Parlamento.

La notevole partecipazione al voto (53,84%) dimostra che, a prescindere dagli schieramenti, nel nostro Paese si è aperto un dibattito pubblico sul funzionamento della democrazia rappresentativa e sulla crisi della rappresentanza a cui la politica sarà chiamata a dare delle risposte

In altre parole gli eventi che hanno portato alla riforma ed alla competizione referendaria hanno messo in evidenza l’esistenza di una grave patologia della vita politica italiana: la crisi del rapporto di fiducia fra le masse popolari, i partiti politici e le istituzioni rappresentative. A questa patologia il taglio del Parlamento ha dato una risposta sbagliata, ma il problema della cura resta in piedi, anzi diventa ancora più acuto dopo il voto referendario.

Tutti sono d’accordo che bisogna mettere mano a dei correttivi. Il problema principale è la legge elettorale. In un Parlamento a numeri ridotti è essenziale che l’elezione dei rappresentanti avvenga con un sistema proporzionale senza sbarramenti per garantire il pluralismo ed evitare che le minoranze siano cancellate. Occorre che i partiti politici facciano un passo indietro, abbandonando il privilegio delle liste bloccate per consentire agli elettori di concorrere alla scelta dei propri rappresentanti, sia attraverso le preferenze, sia ripristinando quel metodo democratico che l’art. 49 della Costituzione considera imprescindibile per i partiti politici. Questa esperienza di crescita della coscienza civile, testimoniata principalmente dal voto per il No, ma anche dal rinnovato interesse per la partecipazione dei cittadini alla vita politica, non deve andare perduta. Essa può essere una utile leva per determinare un’inversione di tendenza rispetto alle dinamiche oligarchiche in atto che, a partire dall’introduzione di sistemi elettorali maggioritari, hanno progressivamente inaridito i canali di partecipazione popolare alla vita politica, trasformando sempre più i partiti in strutture di potere autoreferenziale.

Prima o poi le illusioni cavalcate da coloro che sfruttano le condizioni di disagio sociale per alimentare rancori e risentimenti qualunquisti contro il Palazzo sono destinate ad evaporare, i cittadini si renderanno conto che avere meno rappresentanti non è una conquista e non risolve alcun problema. Di qui la necessità di trovare le risposte che l’esito del referendum non può fornire alla società italiana.  Dobbiamo metterci al lavoro da subito per ricostruire i ponti fra la società civile ed il Palazzo secondo il progetto costituzionale che non è mai tramontato, anzi è più attuale che mai.

di Domenico Gallo

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