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Riforma e Italicum, partita a scacchi

 

Il già complicato panorama politico-istituzionale si è arricchito del colpo di scena del rinvio, da parte della Corte costituzionale, dell’esame dell’Italicum. Nelle prossime ore la Camera discuterà le diverse mozioni sull’argomento. E nei prossimi giorni il Governo dovrebbe fissare la attesa data del referendum confermativo della riforma costituzionale. Lo slittamento della decisione della Corte costituzionale sull’Italicum è senz’altro legittimo e con alcuni precedenti. Esso è apparso dettato dalla necessità di evitare sospetti di favoritismi politici da parte della Consulta. Nonostante riforma e Italicum siano formalmente distinti, infatti, l’accoglimento dei ricorsi avrebbe segnato la fine dell’Italicum e una pesante ipoteca sull’esito referendario. Viceversa, un eventuale rigetto dei ricorsi contro quest’ultimo sarebbe stato interpretabile come un indiretto sostegno alla riforma. Avrebbe tolto le castagne dal fuoco al premier sottraendolo alla tenaglia della minoranza dem e degli altri partiti. Il rinvio, tuttavia, ora gli lascia comunque fino al referendum campo libero nel barattare consensi alla riforma promettendo future modifiche del sistema elettorale. Come si vede, la non-decisione della Corte è valutabile in modi diversi. Tuttavia, essa rafforza lo smarrimento degli elettori, confermati nella sensazione che nessuno – nè la politica, nè la magistratura – se la sente di decidere alcunché in questa materia in ebollizione.
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Il varco improvvisamente aperto da Napolitano sulla opportunità di rivedere l’Italicum (ma perchè non si è imposto con Renzie all’epoca?) aveva scatenato una sorta di partita a scacchi. Il premier, finora disponibile a "migliorarlo" ma solo a parole, può ora tirare un respiro di sollievo. La posizione della minoranza dem, che chiedeva iniziative concrete e minacciava, in mancanza, di votare no al referendum, è stata fortemente depotenziata dal rinvio della Corte. Il premier, intanto, dopo lo sciocchezzaio dell’immaginario mezzo miliardo di risparmi grazie alla riforma e la promessa di dimissioni in caso di vittoria del no, sembra aver vistosamente cambiato tattica. Ha attenuato la personalizzazione. Ha affermato che lui e il suo governo resteranno comunque in sella. E le elezioni politiche si svolgeranno regolarmente nel 2018 (messaggio rassicurante mandato ai tanti parlamentari presi dalla paura di essere mandati a casa!).
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Questa correzione di rotta, però, è probabilmente tardiva rispetto alla consolidata alterazione – come pronuncia sull’operato del governo – da lui stesso impressa al significato del referendum confermativo. Quella scelta ha aggregato parte dello schieramento del no. Ha acuito lo scontro tra italiani. E ha influenzato la collocazione delle forze politiche. Emblematica la divisione di FI tra il "no senza se e senza ma" alla riforma di Brunetta e del "papa straniero" Parisi) e il "no intelligente" (sotterraneo disimpegno o pochi no e molti si) dell’ala aziendalista e filo-governativa di Romani-Confalonieri-Letta. Fedele alla sua visione clientelare, tuttavia, Renzie ha posposto la data referendaria rispetto alla legge di stabilità. Riaperto un tavolo con i sindacati, prima sbeffeggiati su scuola e jobs act. E mandato messaggi di apertura a categorie varie, con quattordicesime e illusori pensionamenti anticipati. Misure utili per conquistare voti ma senza alcuna ricaduta sulla crescita del Paese, come i miliardi sprecati con gli 80 euro!
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Le scelte verrebbero per ora rimesse all’elettorato referendario. L’eventuale vittoria del no di fatto richiederebbe una nuova legge elettorale per un Senato a competenze inalterate. La stessa cosa avverrebbe anche in caso di vittoria del si ma per il Senato modificato, con l’aggiunta che – se la Corte si pronunciasse poi per l’incostituzionalità dell’Italicum – governo e Parlamento dovrebbero, in questo caso, approvare una nuova legge elettorale anche per la Camera.  Con un’altra serie di ricatti politici e di intese sottobanco. Ma questa, come si dice, é un’altra storia!  


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