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Non solo Cameron costretto a lasciare dopo un referendum. La storia insegna e ha altri esempi che Renzi farebbe bene a guardare per leggere il futuro. Ripete il premier che se perde il referendum costituzionale lascia la politica e lega così il suo destino alla riforma. Un caso analogo è accaduto nel ’69 in Francia. De Gaulle presidente della Repubblica perde con uno scarto minimo un referendum sul trasferimento di alcuni poteri alle regioni e sulla trasformazione del Senato in sede di rappresentanza di organizzazioni professionali e sindacali 3Nell’indire il referendum De Gaulle preannuncia che in caso di esito negativo ne trarrà tutte le conseguenze. Non gli resta che lasciare. Muore l’anno dopo e nell’annunciare la sua morte in televisione, il nuovo presidente della Repubblica Pompidou pronuncia la frase: "la Francia è vedova". Ora certamente l’Italia non resterà vedova a prescindere dal risultato del referendum di ottobre, però Renzi deve fare una riflessione. Fino a questo momento ha dimostrato di essere un leader ma senza un partito, ha ridotto a rottamazione la storia del riformismo e del cattolicesimo democratico e adesso deve attraversare il deserto che è diventato il PD. Continuare a recitare la litania del cambiamento non basta più specie quando per novità si intende solo l’anagrafe. La rottamazione dovrebbe avere un significato più alto. Contenuti, competenze e legame tra generazioni che consentono un passaggio evidente verso il “nuovo” altrimenti l’elettore ad una forza politica che predica la novità e un movimento venuto fuori dal nulla sceglie sempre il secondo. In altri termini la competizione con i cinque stelle non può avvenire sul terreno dell’anti politica ma solo su quella della politica. Ma quando quest’ultima viene meno i cinque stelle come ha scritto Ezio Mauro “si trovano il campo spalancato e irrigato con la sua acqua, concimato col suo stesso fertilizzante. Prima Berlusconi ha preso a pugni le istituzioni, dal capo dello Stato alla magistratura, alla Corte costituzionale rifiutando ogni loro controllo. Poi la sinistra ha predicato per tre anni che nulla della sua storia civile e politica valeva la pena d’essere salvata e indicato come punto di riferimento, solo la germinazione spontanea del nuovo meritava attenzione, mentre la classe dirigente non andava rinnovata ma sostituita, come si fa con una gomma bucata. Ed ecco i nuovi gommisti all’opera. Non hanno storia, solo una feroce gioia per la crisi delle istituzioni da combattere in attesa di comandarle”. La risposta di Renzi è stata finora quella di avallare la vittoria dei cinque stelle attribuendole un valore di cambiamento per accelerare la resa dei conti nel PD. Ma i rapporti di forza possono cambiare rapidamente. Il più esplicito nell’augurarsi un cambio è stato D’Alema preoccupato perché una larga parte dell’elettorato di sinistra non si riconosce più nel PD renziano. L’astensione insomma che un tempo colpiva i partiti del centrodestra oggi invece cresce tra gli elettori democratici che hanno rotto il legame con il partito. Sta a Renzi cambiare e provare a riannodare i fili di un rapporto ormai slabbrato con l’elettorato tenendo conto che le riforme non sono la priorità per gli italiani. Insistere sull’eccessiva personalizzazione in chiave plebiscitaria del referendum potrebbe rivelarsi un errore fatale per il premier-segretario. Quattro mesi in politica sono tanti ma al momento Renzi è più debole e deve dunque rimontare. Il tempo c’è. Servirebbe un guizzo, un colpo d’ala per tacitare gli oppositori esterni e riaprire un canale di dialogo con l’opposizione interna. La mossa potrebbe essere quella di rivedere la legge elettorale. Ritoccare l’Italicum magari inserendo il premio di maggioranza alla coalizione. Un modo per aprire una nuova finestra visto che la porta si sta chiudendo.
edito dal Quotidiano del Sud

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