di Ranieri Popoli
E’ nata come la sede operativa del Festival del cinema delle Aree Interne “ Corto e a Capo – Premio Mario Puzo” giunto, oramai. alla sua XII manifestazione , la saletta che per mantenere viva l’attenzione tra un’edizione e l’altra ospita a Venticano ” Il cine-cannocchiale di (Via) Galilei”, Rassegna di arte visiva dedicata in particolare alle tematiche socio-culturali dei nostri territori.
Giovedi scorso si è tenuto l’ultimo appuntamento di quest’anno, in attesa dello svolgimento del Festival 2026, dedicato al docufilm “ Sabato- Narrazioni e visioni del radicamento nella Valle del Greco di Tufo”, di Roberto Velotto, che ne ha curato il soggetto, la sceneggiatura e la regia.
Roberto è un laureato in Cinema presso l’Accademia delle belle Arti di Napoli, un percorso che si concluderà a breve con il conseguimento della laurea magistrale in “ Scritture e produzioni dello spettacolo e dei media” .
Vive a Tufo, presso la Frazione Santa Lucia, dove passa il 41° parallelo e lo sguardo ti consente di cogliere tutta le bellezza contrastante della Valle del Sabato, luogo di una nobile storia civile che con la sua preziosa terra e l’operosa azione dei suoi abitanti ha contribuito a scrivere pagine significative nel mondo dell’impresa e del lavoro.
Il documentario è il risultato di un paziente lavoro di sintesi di molte ore di registrazione che vede l’alternarsi di tre protagonisti del mondo vitivinicolo dell’area di cerniera tra Tufo e Santa Paolina, che vengono intervistati nel periodo della vendemmia attraverso il silenzioso filo conduttore dello scorrere delle immagini, le quali non entrano mai nel vivo delle attività lasciando al parlato la suggestione della visione.
La storia del “Greco di Tufo”, come altri vini irpini e meridionali, ha radici antiche, quelle elleniche, la cui geografia dei nomi delle città campane lo ricorda ancora oggi, luoghi di sbarco o di arrivo dei tanti figli di Anchise che approdarono sulle nostre coste con il loro portato di cultura e di colture, tra le quali quella della vite.
Condizioni pedoclimatiche similari che si ritrovarono in diverse aree anche interne, come la Valle del Sabato, abitata dalle popolazioni Sannite e dalle stirpi Irpine che conoscevano già la cura dei tralci.
Lo spiega il Prof. Carmine Campanile, già docente dell’Istituto Agrario di Avellino e Sindaco di Tufo, che nel documentario sarà un pò la voce storica della narrazione, il quale ci ricorda come l’Irpinia nei primi decenni del secolo scorso fosse la seconda provincia italiana nel settore vitivinicolo per cui la realizzazione sul finire dell’Ottocento del prestigioso Istituto , fortemente voluto da Francesco De Sanctis, fu dovuta proprio in virtù del riconoscimento di tale primato.
Interessante vedere la comune matrice di origine delle attività aziendali dei tre narratori ricostruita attraverso il proprio album di famiglia, segno di un’eredità più culturale che patrimoniale essendo le esperienze delle generazioni precedenti caratterizzate per lo più da un profilo di coltivatori piuttosto che di imprenditori.
Un capitale di esperienza e di saggezza che si rivelerà decisivo nel prendere nelle proprie mani il testimone dell’attività di famiglia motivato da una felice combinazione tra attaccamento sentimentale e senso di responsabilità e di sfida per ripagare una vita di lavoro e di impegno e un legame con la propria terra dove , nonostante tutto si è deciso di restare,
La ricapitolazione storica del Prof. Campanile offre motivi di approfondimento in tal senso quando si ricorda come la vitivinicoltura irpina abbia avuto una storia alquanto tormentata nel corso del secolo scorso, in particolare durante i terribili anni del secondo conflitto bellico mondiale allorquando, come se non bastasse, in Italia giunse la pandemia botanica della fillossera,
Infatti le conseguenze dell’invasione parassitaria comportarono un duro colpo alla vitinicoltura irpina e queste non furono solo contingenti, incidendo anche sul piano sociale ed economico, condizionando l’evoluzione del settore nei decenni successivi in quanto il clima bellico non consentì un’agevole condizione di reimpianto e di rigenerazione del settore, fatto salvo per quelle esperienze che si caratterizzavano per una consolidata caratura aziendale.
Questo spiega in buon parte perché la vitivinicoltura irpina e quella dell’areale del Greco di Tufo sia stata un’attività che nei quattro decenni successivi al secondo dopoguerra si è caratterizzata come una realtà prevalentemente rurale e parte integrante di un agricoltura più ampia ma ancora di sussistenza, facendo vivere in “promiscuità” le diverse colture che maggiormente si praticavano.
Qui si intrecciano di nuovo i ricordi degli intervistati i quali aprono un interessante squarcio di memoria e di riflessione che porta a conoscere e comprende meglio il contesto storico-evolutivo del mondo della vitivinicoltura.
Una visione, però, anche antropologica, la quale ci parla di relazioni, di pratiche dell’agire e modi di pensare che concorrevano a costruire questo microcosmo di vita e di società, certamente ancora proto economico, ma profondamente ancorato a canoni di maggiore umanesimo rispetto a quelli odierni spinti dalla dura legge del mercato e dalle sempre più condizionante tecnologie.
Il lavoro di Roberto Velotto non è una fotografia del mondo imprenditoriale vitivinicolo ma una ricerca antropologica, un voler evidenziare gli aspetti motivanti di generazioni che si sono passate la mano stringendo nel proprio pugno il grappolo d’uva della propria zolla e la speranza di un futuro migliore e diverso per il bene della loro famiglia e della loro amata terra.
La terra è come il mare, anche se non la pratichi non puoi fare a meno di essere coinvolto, così il regista, al termine dell’applaudita proiezione, spiega come e perché è stata originata quest’opera, che è stata anche un ritorno alle origini inteso come una sorta di debito morale verso un mondo dal quale per diverse ragioni era stato lontano,
E l’idea di portare i protagonisti davanti alla telecamera si è rivelata vincente perché, come spesso accade, questi non si sentono degli interpreti ma vedono l’obiettivo come uno schermo su cui proiettare la loro storia per cui c’è tanta voglia di raccontare, forse prima a se stessi e poi al pubblico, il senso della propria esperienza di vita.
E in questo, stando anche al pronunciamento del folto pubblico presente, il docufilm di Velotto c’è riuscito in pieno anche perché si è volutamente creare una condizione di unicità da parte degli intervistati, ovvero che le loro fossero storie una diversa dall’altra senza assumere una dimensione di relazione sociale.
“Sabato” è un documento che apre un varco nella più composita ricerca antropica del contesto sociale irpino fuoriuscendo da canoni stereotipati mettendo al centro i protagonisti non come meri soggetti economici ma interpreti di una realtà dove vige l’eterno dilemma passione-sofferenza tipico della storia delle aree interne meridionali che vivono la loro sfida di resilienza e di riscatto sospesi tra la certezza di un mito epico e l’ignoto di un futuro a venire.
Ecco perché sotto questo aspetto è anche un ‘opera dal sottofondo politico, non nel senso riduttivo del termine ma come strumento di lettura di una complessità che può rivelarsi preziosa per lo stesso dibattito odierno che vede queste realtà necessitate di un reale canone inverso, come richiama lo stesso titolo dell’edizione del Festival del cinema promosso dall’associazione guidata dall’apprezzato regista Umberto Rinaldi, che vede tra i collaboratori Ivan Meola, giovane promessa irpina del mondo della celluloide, organizzatore dell’evento di cui stiamo trattando.
L’auspicio è che il docufilm di Roberto Velotto possa trovare spazio nelle migliore rassegne sia provinciali che nazionali anche per far conoscere questa nuova leva di giovani irpini impegnati nel mondo cinematografico in una terra che è stata anche quella di Etttore Scola, Sergio Leone, Camillo Marino e di tanti potenziali talenti che operano nello straordinario mondo della settima arte.
Mentre scorrono i titoli di coda si nota come per l’intero svolgimento del documentario non si sono ascoltate colonne sonore o musiche di sottofondo ma solo il sottile sibilo del vento che soffia spesso impetuoso tra le alture della Valle del Sabato, quasi un sussurro che proviene più dal tempo che dallo spazio, Una voce antica come quella inquieta di Partenope e d’incanto di Dioniso.



