Una riforma dal basso per salvare il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) dal collasso, sottrarlo alle logiche del profitto privato e bloccare l’impatto potenzialmente devastante dell’autonomia differenziata, specialmente nel Mezzogiorno. È questo l’appello lanciato oggi durante l’incontro pubblico al Circolo della Stampa di Avellino, promosso da una fitta rete di associazioni del territorio.
Al centro del dibattito, la campagna di raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare volta a blindare il diritto costituzionale alla cura.
Per Mario De Marco, Coordinatore di Medicina Democratica Avellino e Rappresentante dell’ANPI Provinciale Avellino, “negli ultimi decenni la medicina è profondamente cambiata: sono aumentati gli esami diagnostici, le tecnologie e i costi. Se la politica avesse accompagnato questi cambiamenti con interventi correttivi progressivi, oggi non ci troveremmo nella situazione attuale. Siamo arrivati a liste d’attesa interminabili, con migliaia di persone costrette ad aspettare mesi per un esame o una visita.
Bisogna potenziare davvero la sanità pubblica. La legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale prevedeva che il ricorso alle strutture private fosse soltanto complementare e temporaneo. Invece è accaduto l’opposto: sono stati depotenziati i servizi pubblici, mentre è aumentato il ricorso al privato.
Poiché il numero degli esami è cresciuto e i costi sono aumentati senza un adeguato incremento delle risorse, molti cittadini sono costretti a rivolgersi ai centri diagnostici privati. Questo produce una forte disparità sociale: chi può permetterselo paga, chi non può rinuncia alle cure. Eppure stiamo parlando di un diritto costituzionalmente garantito. La tutela della salute dovrebbe essere assicurata in modo uniforme su tutto il territorio nazionale e non essere condizionata dall’autonomia differenziata”.
De Marco spiega che “la proposta è stata lanciata da una rete di associazioni che si è posta l’obiettivo di raccogliere le firme necessarie entro novembre. Il numero minimo è stato probabilmente già raggiunto, ma l’obiettivo è raccoglierne molte di più per rafforzare la pressione sull’opinione pubblica e sulle istituzioni. L’obiettivo principale resta quello di fare informazione e aumentare la consapevolezza dei cittadini”.
Paolo Fierro, Vicepresidente nazionale di Medicina Democratica, chiarisce che “l’iniziativa nasce dalla necessità di un confronto sulla sanità pubblica. È un’iniziativa che si pone una domanda fondamentale: come riformare la sanità. Siamo di fronte a una vera e propria crisi che ha come causa principale il progressivo definanziamento del Servizio sanitario nazionale. In particolare, questo Governo sostiene di aver aumentato gli stanziamenti, ma in realtà, se si confrontano le risorse con i bisogni reali e con l’aumento dei costi, il finanziamento risulta comunque insufficiente. Questo problema diventa ancora più grave nelle regioni del Sud e, se dovesse essere attuata pienamente l’autonomia differenziata, la situazione rischierebbe di trasformarsi in un vero e proprio dramma.
Prima di tutto proponiamo un adeguamento del finanziamento della sanità ai livelli medi europei, rapportando la spesa al PIL. Serve inoltre un piano straordinario di assunzioni e una rivalutazione delle professioni sanitarie. Questo significa riconoscere il valore di chi ha dedicato una vita al servizio della popolazione all’interno del Servizio sanitario nazionale. Oggi un medico ospedaliero italiano viene pagato circa il 40% in meno rispetto ai colleghi di altri Paesi europei. Bisogna incentivare il legame tra il percorso formativo e il Servizio sanitario nazionale. Questo riguarda tutte le figure professionali, compresi gli infermieri, prevedendo ad esempio agevolazioni economiche o l’esenzione dalle tasse universitarie per chi sceglie di lavorare nel servizio pubblico”.
Fierro tocca due nodi centrali: la medicina territoriale e la salute mentale: “Il finanziamento del Servizio sanitario nazionale non può essere subordinato alle esigenze di bilancio, perché la salute è un diritto primario. È necessario rivalutare e incentivare il personale sanitario e avviare una riforma radicale della medicina territoriale, investendo nella formazione di professionisti disponibili a lavorare nelle Case della Comunità e nei servizi territoriali. Le Case della Comunità rappresentano certamente un’opportunità, ma non basta costruire gli edifici se poi mancano i professionisti che dovrebbero farli funzionare. L’Italia ha ricevuto dall’Europa i finanziamenti per realizzarle, ma ora bisogna renderle realmente operative. In passato era stato previsto l’obbligo di garantire determinate figure professionali, mentre oggi esiste una forte discrezionalità. Senza indicazioni precise, il rischio è che queste strutture restino prive di contenuti e incapaci di dare risposte concrete ai territori.
Un altro tema fondamentale riguarda le persone fragili e non autosufficienti. È certamente una questione di finanziamenti e di sostegno, ma è anche necessario rivedere i criteri di accesso ai servizi. Oggi molti anziani non autosufficienti restano esclusi dagli interventi perché le soglie previste sono troppo restrittive. Occorre invece valutare le persone in base alla reale gravità della loro condizione e ai bisogni assistenziali. Troppe persone in Italia rinunciano alle cure sia per i costi sia per le liste d’attesa, ma anche per la mancanza di servizi adeguati sul territorio.
Va inoltre rafforzata la salute mentale, oggi uno dei settori più trascurati del Servizio sanitario nazionale. Servono investimenti stabili in personale e servizi. Non è accettabile che, durante una crisi psichiatriche, l’unica risposta sia il pronto soccorso, anziché strutture dedicate capaci di accogliere e assistere i pazienti. È evidente che occorre discutere anche del modello di aziendalizzazione introdotto negli anni Novanta, che ha creato numerose criticità, soprattutto nelle regioni del Sud. Credo sia arrivato il momento di affrontare senza pregiudizi anche questo tema. Le priorità sono quelle contenute nella proposta di legge. La prima riguarda l’aumento del finanziamento del Servizio sanitario nazionale”.
Infine, il punto di vista del mondo associazionario cattolico e sociale è espresso da Alfredo Cucciniello, Presidente delle ACLI Provinciali di Avellino, che ricorda che “nel 1978 c’era una legge, la n. 833, che rappresentava un vero fiore all’occhiello perché istituiva il Servizio sanitario nazionale. Nel corso dei decenni, però, abbiamo progressivamente indebolito quel modello. Abbiamo favorito il settore privato, sottratto risorse alla sanità pubblica e premiato manager considerati virtuosi non perché eliminavano gli sprechi, ma perché riducevano la spesa attraverso tagli lineari. Così il diritto universale alla salute, sancito dalla Costituzione, è stato progressivamente indebolito.
Oggi esistono enormi disparità: milioni di italiani rinunciano alle cure o agli esami diagnostici e le differenze nelle prestazioni tra una regione e l’altra sono molto marcate. Per chi vive nel Mezzogiorno questa situazione è ancora più preoccupante e ritengo che sia necessario richiamare con forza l’attenzione su questo problema”.



