Giovedì, 26 Marzo 2026
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Il prossimo sarà un Natale di guerra, chiusi in casa ad ascoltare la Messa del Santo Padre e gli inni gregoriani anche se dovessero anticipare la nascita del Bambino. Nonostante un lieve calo, i contagi sono ancora troppi e i morti pure. Abbassare la guardia e cedere oggi – come dicono molti medici- sarebbe delittuoso. Il Governo fa quello che può, mediando fra l’esigenza di non deprimere ulteriormente l’economia e quella di tutelare la salute. Riaprire gli esercizi commerciali, gli alberghi i ristoranti, le stazioni sciistiche e le scuole, senza limitazioni, come vorrebbero le categorie interessate e molti Presidenti di Regione deve coniugarsi con il mantenimento delle misure cautelari prese dal Governo dopo un’estate di follia tese ad evitare possibili rilassamenti conseguenti ad una socialità spendereccia e conviviale tipica delle feste natalizie e di fine anno. Le misure adottate pare comincino a funzionare e non vanno allentate. I fautori della ripresa a tutti i costi vogliono un Natale di shopping e di settimane bianche; un Natale espressione del consumismo e di una socialità di massa, di divertimento, di cenoni e veglioni; hanno più a cuore il businessman che la salute dei cittadini, che, poi, si identificano sempre nei più deboli, anziani e poveri. Nel corso di questa pazza globalizzazione e di mercatismo sfrenato è andato, via via, perduto lo spirito del Natale, il valore della intimità, della pace, della fratellanza e della solidarietà che solo Papa Bergoglio continua a ripetere in ogni Suo intervento, e che è stato oggetto della sua ultima Enciclica. Dovremmo ripensare al Natale di una volta, più sobrio e intimistico, senza cenoni esotici, pericolose aggregazioni, senza abeti sepolti da luci e da centinaia di regali, costosi e inutili, che una pubblicità asfissiante e diseducativa e mille chef, che impazzano in tutti i canali televisivi, continuano a proporci.

Per quanto ci riguarda, attenderemo la nascita del Bambino, con pochissimi familiari, nella solitudine delle nostre case aspettando la fine della pandemia e l’arrivo dei vaccini; ascoltando della buona musica e leggendo buoni libri, magari ripetendo in cuor nostro i versi del compianto Lucio Dalla:” Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno/ Ogni Cristo scenderà dalla croce/ Anche gli uccelli faranno ritorno/ Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno/ Anche i muti potranno parlare/ mentre i sordi già lo fanno/ E si farà l’amore, ognuno come gli va/ Anche i preti potranno sposarsi/ ma soltanto ad una certa età/ e senza grandi disturbi qualcuno sparirà/ saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età”. Non credo si riferisse a Salvini o ai negazionisti! Ci piace ancora ricordare oggi, che il Paese è lacerato e diviso, il gesto del 25 dicembre di cento anni fa, durante la prima guerra mondiale, quando sul fronte francese, i tedeschi e gli inglesi uscirono dalle trincee per scambiarsi gli auguri di Natale e brindare insieme.

Ci vorrebbe una svolta culturale profonda, un nuovo umanesimo, una sorte di nuova frontiera per un ripensamento del tipo di sviluppo nel quale hanno fallito i mercati e la grande finanza. Inaugurare una nuova stagione. Qualche politico comincia a capire la lezione che ci viene dal Covid. Tra questi Il ministro Speranza che scrive su Repubblica: “L’emergenza sanitaria ha accelerato la crisi di un modello di sviluppo già duramente messo in discussione dal lungo declino economico iniziato alla fine della prima decade del duemila.  … E’ la crisi del pensiero neo liberista. E’ la crisi del capitalismo così come si è affermato nel mondo della globalizzazione e dello strapotere della finanza.”

Ci vorrebbero ben altri politici! Ci vorrebbe un nuovo De Gasperi!

di Nino Lanzetta

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