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Se il cielo stellato può aprire gli occhi della mente

di Michele Zarrella

Guardare il cielo stellato queste sere è come fare un lungo viaggio. Il viaggio più lungo immaginabile… fino al Big Bang. Il viaggio che in fondo, poi, è il grande racconto delle origini. Un viaggio unico per il quale è opportuno allacciare le cinture di sicurezza perché in alcuni tratti è un po’ turbolento nei pressi di fenomeni straordinari e, per noi, mostruosi. Un viaggio utile per dar risposta a quell’istinto che si annida dentro di noi, e in tutte le generazioni che ci hanno preceduto e che ci seguiranno, quando, alzando gli occhi al cielo, ci chiediamo: “Da dove viene tutta questa meraviglia che ci circonda”? Un viaggio che ci faccia vedere la nostra vita da un’altra prospettiva: quella cosmica, e ci faccia riflettere che abitiamo un sottile guscio sferoidale irregolare, di pochi chilometri di spessore, intorno alla superficie della Terra. Anche se ci spingiamo negli abissi più profondi degli oceani o scaliamo le vette più alte dell’Himalaya, questo guscio irregolare ha dimensioni che non superano i venti chilometri.

Ora se mettiamo in proporzione queste dimensioni con quelle della nostra galassia – circa100.000 anni luce , cioè 9461 miliardi di miliardi (1018) di chilometri – ci rendiamo conto che il nostro regno ha dimensioni ridicole, e ci coglie una sensazione di serpeggiante timore. Timore che diviene spavento misto a stupore quando pensiamo che la Via Lattea è una delle cento miliardi di galassie e quando cerchiamo di capire i fenomeni che si osservano nel meraviglioso tappeto di stelle che ricopre la nera volta del cielo.

A questo punto dobbiamo rinunciare a tante certezze che governano in nostro senso comune. Innanzitutto dobbiamo capire che quello che vediamo è un artefatto che realizziamo con i nostri limitati sensi e non è affatto la realtà che ci circonda. Sembra un assurdo ma quello che vediamo non è la realtà. Infatti la velocità della luce è una costante universale, e nel vuoto è di 299 792 458 metri al secondo. Una velocità enorme, grandissima, ma finita. Essendo la velocità della luce una costante dell’Universo, la cosa interessante, e che entusiasma, di questo ragionamento è l’idea che se vediamo un corpo luminoso più lontano stiamo guardando più indietro nel tempo. Pertanto, tutti gli oggetti che vediamo li vediamo “vecchi”. Cioè li vediamo al tempo in cui i fotoni sono partiti da essi. Questo fenomeno è completamente trascurabile su distanze terrestri, e con i nostri sensi non riusciamo ad apprezzarlo nella vita quotidiana. Se al mio interlocutore, che si trova a un metro da me, dicessi: «Ti vedo “vecchio” di tre miliardesimi di secondo», mi prenderebbe per matto. Però questo fenomeno diviene apprezzabile, significativo e importante su distanze astronomiche. Pertanto se in una serata col cielo sereno dico: “In questo momento vedo quella stella là e quell’altra più a ovest” sto dicendo una falsità perché le stelle che vedo sono “vecchie” quanto il tempo impiegato dalla luce per colpire i miei occhi. Poiché questa distanza a volte è decine o centinaia di migliaia di anni luce la stella che sto vendendo, in tutto questo tempo, non sta più “là”, si sarà spostata o addirittura trasformata in una supernova. Quella meravigliosa immagine di tante lucine su uno sfondo nero è un artefatto. Ci sono stelle vicine i cui fotoni hanno impiegato alcune decine di anni per arrivare alle cellule fotosensibili distribuite nella nostra retina e altre molto più distanti che hanno impiegato centinaia o migliaia di anni. E noi le vediamo tutte lì, e pensiamo che sono tutte alla medesima distanza, ma non è così. Quella realtà che vediamo è qualcosa che non esiste, o meglio, non esiste nella forma in cui ci appare. La volta stellata è una gigantesca macchina del tempo che ci fa riflettere.

 

 

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