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Se la politica incontra la fraternità

Siamo all’inizio del nuovo anno e in tutti noi riaffiora la speranza che esso sia migliore di quello appena trascorso, denso di nubi che ci hanno costretti a rinchiuderci nel tunnel del nostro isolamento relazionale, affettivo e sociale. Tra le piste concrete da percorrere come cittadini responsabili, a fronte della sempre più grave deriva della politica, c’è quella della connessione tra politica e fraternità. Tra le piaghe mai guarite della politica moderna vi è quella, mai coraggiosamente curata, di non aver pensato, meglio ancora, creduto e organizzato il paradgma della fraternità. Eppure è la terza parola messa in bandiera dalla rivoluzione francese e dall’illuminismo. E’ una piaga non curata che ha contribuito deleteriamente a quella sindrome che Aldo Moro definiva “ la stanchezza della democrazia”. La fraternità è un ponte mai pazientemente costruito a sostegno del rapporto dinamico tra illuminismo e cristianesimo. Rapporto sempre al centro del fondamentale dibattito, a partire dal 2004, tra l’allora cardinale Joseph Ratzinger e Jurgen Habermas presso l’Accademia cattolica di Monaco di Baviera. Dal canto suo il cardinale Ratzinger apprezzava la formula habermasiana dell’”apprendimento reciproco” tra fede e ragione. Attualmente la drammaticità globale- sanitaria, ecologica e socioeconomica- invece di indurci a riconsiderare il concetto della fraternità, ha risvegliato nei potenti del pianeta gli egoismi più assurdi e i deliri di onnipotenza più scellerati. La stessa categoria dell’”amicizia sociale” tante vote invocata da Papa Francesco non ha trovato ancora il necessario ed auspicato riscontro , con la consapevolezza che tutti siamo sulla stessa barca in un mare in continua tempesta. Qual è dunque il profilo possibile di una politica attenta alla fraternità nel proscenio europeo e mondiale all’inizio del nuovo anno? Questo è uno degli interrogativi fondamentali che dovrebbero porsi i detentori del potere di una comunità planetaria afflitta da una pandemia che va combattuto con fraternità, appunto, e con il comune senso di responsabilità. Moro ed i professorini dossettiani ci provarono a dare, nel merito, una risposta sin dalla Costituente. Laicizzare la politica, è bene ricordarlo attualmente, non significava per loro smarrirne i fini. Uno stile laico di far politica, notava Mino Martinazzoli, è piuttosto quello in cui due idee diverse non rendono un conflitto insanabile, due scelte diverse non provocano una guerra di religione o di conflitti continui anche in seno a maggioranze parlamentari alla guida del Paese. Il discorso di fine anno del presidente Mattarella costituisce il messaggio istituzionale di più alto profilo della recente storia repubblicana del nostro Paese. Più che di proclami questi personaggi di altissima statura politica hanno avvertito la necessita di istituzioni funzionali e attente alle esigenze delle comunità soprattutto nei momenti gravi come gli attuali. La stantia ed odiosa politica “politicante” comporta il rischio, già ravvisato da Moro, della “stanchezza della politica” che, nel lungo andare può determinare la morte della stessa democrazia. Prevalga dunque-come augurio prioritario all’inizio del nuovo anno- la consapevolezza che la preziosa ri-considerazione europea dell’Italia non venga opacizzata dalla irresponsabilità politica dei pochi pigmei senza statura e senza pensiero.

di Gerardo Salvatore

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