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Spaccaitalia e Avellino: un caso politico

Desidero, in premessa, esprimere da cittadino del Sud tutta la mia indignazione per l’approvazione della legge dell’Autonomia regionale differenziata, che ancor prima della definizione dei Lep e delle risorse disponibili, ha come obiettivo la spaccatura del Paese. E’ la testimonianza plastica che questo governo non ama il Sud offrendo per legge una posizione di vantaggio alle regioni del nord e certificando nero su bianco l’insopportabile ulteriore penalizzazione del Mezzogiorno.

Per coerenza ora potremmo aspettarci dalla Lega di Calderoli-Salvini anche la rimozione dell’intitolazione di piazze e strade a coloro che si batterono per l’unità d’Italia, Garibaldi, Mazzini, Cavour, ecc. Nel contempo, però, desidero anche sottolineare che la legge è uno schiaffo sonoro alla classe dirigente meridionale, in particolare delle Regioni, che non hanno sempre saputo gestire le risorse pubbliche, disperdendole nel vituperato modello del clientelismo spicciolo (non è assente, per la verità, neanche al Nord). A questo pericolo devono sottrarsi anche coloro che sono impegnati nel voto del ballottaggio tra Gengaro e Nargi per la guida del Comune di Avellino. E qui ci troviamo di fronte a un caso politico. Chiarisco: i due candidati a sindaco sono persone rispettabili, ciascuno con il proprio bagaglio di esperienze, animati da un’idea di bene della città. Proprio perciò sarebbe un grave errore ritenere che alle urne si possa andare con il metodo del “mercato delle vacche” per la cattura del consenso o, peggio ancora, all’interno di un indistinto civismo accogliere anche chi ritiene che il cambio della Costituzione possa avvenire a colpi di maggioranza. Ciò detto mi limito ad esprimere una mia idea sul futuro della città, a beneficio di chi, tra i duellanti, riuscirà a raggiungere il traguardo di primo cittadino. Pochi punti espressi con chiarezza. Il primo dovere di chi andrà a governare Avellino sarà quello di impegnarsi per la legalità. Non è bello quel che narra la Commissione antimafia nella relazione annuale inviata al Parlamento qualche giorno fa. Vale la pena riportare solo qualche notazione: “Il panorama criminale irpino si caratterizza per le relazioni esistenti tra le organizzazioni locali e i sodalizi camorristici delle province limitrofe”.

Traduco: imprese locali sono la “manovalanza” di potenti clan del Napoletano e provincia. Secondo punto. Il governo comunale – sindaco e giunta – dovrà rispondere ai criteri di onestà, merito e competenza nell’assoluto rispetto della gestione delle risorse pubbliche garantendo la reale partecipazione dei cittadini. Inoltre, sulla base della riforma Bassanini, chi vince dovrà organizzare gli uffici e la burocrazia all’insegna della trasparenza, assicurando l’immediata rimozione di coloro che non rispetteranno la questione morale. Nelle dichiarazioni programmatiche da consegnare alla comunità, poi, è bene che si faccia riferimento al ruolo politico che il governo intende svolgere sul piano dei rapporti sia con la Regione, sia con i dicasteri nazionali. Da questo dipenderà il ruolo del capoluogo come effettivo punto di raccordo per l’intera provincia, con l’adozione di una politica che possa far superare l’isolamento in cui oggi versa l’Irpinia, collegandola finalmente alle grandi direttrici di sviluppo. Concludo, dopo queste brevi e non esaustive condizioni, ritornando sul perché il voto della città capoluogo sia un voto politico. Solo facendo riferimento alla storia dei grandi partiti si possono immaginare risposte positive per la città. Solo partecipando attivamente, insieme con i sindacati e le agenzie sociali, chiesa inclusa, si possono difendere gli interessi di un Mezzogiorno che per troppo tempo ha subito condannabili disattenzioni ed ora è finito sotto la scure dell’Autonomia differenziata.

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Gianni Festa

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