Quando una manifestazione finisce con delle vetrine devastate, la tentazione più facile è quella di dividersi in tifoserie: da un lato la solita retorica securitaria, dall’altro chi minimizza. La realtà, però, richiede l’onestà di guardare oltre le immagini di copertina per affrontare i nodi reali che stanno soffocando il Paese.
Partiamo dal principio fondamentale che guida ogni democrazia fondata sullo Stato di diritto: la condanna della violenza deve essere netta, senza ‘se’ e senza ‘ma’. Devastare spazi pubblici, distruggere le proprietà altrui e trasformare una manifestazione in una guerriglia urbana sono atti inaccettabili, perpetrati dalle solite frange di infiltrati che nulla hanno a che vedere con il merito delle rivendicazioni popolari. La tutela della legalità e dell’ordine pubblico è la premessa indispensabile per garantire la convivenza civile e il diritto stesso di protestare.
Tuttavia, fermarsi all’indignazione per le vetrine infrante rischia di farci perdere di vista la voragine sociale che si sta aprendo sotto i nostri piedi.
In questi giorni ho letto un commento provocatorio che riassume bene una sottile esasperazione generazionale:
«Aiuto, hanno rotto le vetrine di Louis Vuitton! E ora come farò a guardare le borse che non potrò mai comprarmi? Come farò a coltivare le mie illusioni piccolo-borghesi, a credere nella mobilità sociale, nel merito, nel duro lavoro, nel sogno di diventare un giorno abbastanza ricco da indebitarmi per una borsa?»
Al di là dell’ironia e del sarcasmo, c’è un’amara verità sociologica. Stiamo assistendo a una profonda frattura generazionale. Oggi tantissimi giovani universitari, studenti, lavoratori e professionisti che affrontano percorsi di studi articolati con enormi sacrifici personali ed economici delle proprie famiglie si trovano di fronte a un paradosso epocale. Se in passato chi intraprendeva una professione, un mestiere o un percorso tecnico riusciva a costruire con il tempo e la dedizione una solidità economica, l’acquisto della casa di proprietà e una serena progettualità familiare (magari anche una seconda casa) oggi il quadro è drasticamente cambiato.
Anche dopo un percorso di studi impegnativo , la realtà al di fuori delle aule è fatta di stipendi d’ingresso sproporzionati, caro affitti insostenibile, inflazione e un’aspettativa sociale che non trova riscontro nella concretezza del mercato. Per molti la prospettiva principale finisce per essere quella di dover immaginare il proprio futuro professionale lontano da casa e dalle proprie radici. C’è una stanchezza sociale profonda, un senso di disillusione verso la reale promessa della mobilità sociale.
Riceviamo e pubblichiamo da Louis Stanco, segretario di Maps:
Come sempre rifiuto le letture riduttive di questi fenomeni: le responsabilità vanno analizzate con onestà intellettuale su entrambi i fronti.
Al Governo e alle forze di maggioranza va ricordato che l’ordine pubblico è un dovere, ma non può essere la sola risposta alla questione sociale. Siamo di fronte a una maggioranza che governa ormai da anni in modo continuativo: sebbene i problemi strutturali dell’Italia venissero da lontano, dopo quattro anni non ci si può più nascondere dietro l’alibi del “passato”. Se il disagio sociale cresce fino a questi levels di esasperazione, significa che le politiche economiche e sociali finora adottate si sono rivelate un fallimento totale, del tutto incapaci di proteggere le famiglie dal caro carburante e dall’erosione dei salari. Limitarsi a manganelli e slogan securitari senza intervenire sull’impoverimento reale del Paese è un atto di irresponsabilità politica.
Ma una critica sincera e costruttiva va rivolta anche al mio campo di riferimento, il centro-sinistra. Non basta più presenziare ai sit-in, esprimere una vicinanza meramente umorale a mezzo social o rincorrere l’onda emotiva delle proteste. In questi anni la sinistra ha spesso rincorso un’agenda politica da “circolo di mecenati”, distante dai bisogni materiali della gente comune. È tempo di ritrovare e recuperare una vera dimensione sociale e d’attenzione al lavoro, al mondo giovanile e al ceto medio impoverito. Essere una forza di governo credibile non significa cavalcare le piazze quando fa comodo, ma costruire un programma industriale, economico e sociale coraggioso, concreto ed efficace, capace di dare risposte strutturali al precariato, alla casa e ai salari.
La legalità e la giustizia sociale non sono principi antagonistici, ma i due pilastri su cui si regge la Repubblica. Se la politica non torna a dare prospettive reali a una generazione stanca e disillusa, la distanza tra i cittadini e le istituzioni diventerà incolmabile.
È tempo di abbandonare gli slogan e di ritornare alla sostanza dei problemi.
Serve della buona Politica.

