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E’ stata davvero impietosa l’analisi da Emanuele Macaluso – protagonista di molte battaglie per il Mezzogiorno e storico esponente di primo piano del Pci – affidata alle pagine de “Il Mattino” sulla condizione generale del Pd. In particolare, sulla assenza totale di una politica per il Mezzogiorno, dove il partito sarebbe ormai una formazione di notabili. Ci saremmo aspettati un vivace dibattito. E invece deputati e consiglieri regionali democratici, in genere loquaci e battaglieri quando si tratta di rivendicare collocazioni interne, non hanno ritenuto di dire neppure una parola. Eppure, Macaluso non le ha certo mandate a dire. A cominciare dalla constatazione che il partito è stato affidato a dei notabili, come De Luca in Campania, Emiliano in Puglia, Crocetta in Sicilia. Poi, che il Pd di Renzi ha perso il polso e il contatto con la provincia meridionale, con i piccoli paesi, con i singoli quartieri delle città. L’esempio di Napoli, con la gravissima inchiesta sui candidati a loro insaputa è il più eclatante. Inoltre, che una forza politica, che ha alle spalle grandi storie di grandi partiti, avrebbe dovuto modernizzarsi e invece sembra tornare ad un vecchio clientelismo. Ancora, che occorre definire un’identità sempre più vaga ovunque, ma ancora di più nel Mezzogiorno dove serve una politica forte per arginare pericoli mai spenti, come quello della criminalità organizzata. Infine, che occorre coinvolgere la gente e affrontare la grande questione sociale che investe l’Italia e il Sud. Altrimenti la gente si rifugia nella politica senza proposte e nel populismo. La situazione del Pd nel Mezzogiorno non è molto lontana dalla cruda descrizione che ne ha fatto Macaluso. Intanto, naviga a vista. Sembrano passati anni-luce da quando il ducetto di Rignano annunciava fantomatici masterplan. E’ invece apparso chiaro il vero, nuovo modello che l’allora premier aveva in mente (per vincere il 4 dicembre, non perché gli interessasse davvero del Sud, cui aveva sottratto anche il ministero della coesione): concessione di soldi a pioggia. E ora? Il Pd oggi appare il partito dell’establishment. Una sorta di federazione, fatta di capi e capetti di porzioni di territorio. Pronti a entrare in rotta di collisione per interessi elettorali o di corrente. Così proprio il rottamatore ha finito per scelta, necessità o debolezza, per affidarsi a tre notabili meridionali accomunati da temperamenti contraddittori. Uomini di governo sensibilissimi agli immediati umori popolari. E pronti a cavalcarli e magari ad esasperarli, piuttosto che a riassorbirli con azioni di lunga durata! E’ doloroso come una Via crucis ripercorrere le vicende che hanno segnato gli ultimi anni del Pd napoletano e campano dopo il tramonto bassoliniano per scandali dei rifiuti e mutui ricontrattati. Primarie segnate da voti di ignari cinesi, O da dazioni di denaro. Incapacità di trovare una terza candidatura a sindaco di Napoli tra un vecchio arnese come Bassolino e l’inconsistente Valente. Fino allo scandalo delle firme false dei candidati alle comunali Da anni si inventano leadership, non solo a Napoli, non collegate a proposte politiche legate al territorio. Ma solo all’interesse politico del proprio gruppo di appartenenza. Un tempo non era così. Basti pensare ai vivacissima dibattuti che segnarono la candidatura al Senato per il Psi in Alta Irpinia di Rossi-Doria, teorico della polpa e dell’osso. Alla fortissima contrapposizione tra DC e PCI negli anni ‘70 sulla realizzazione dell’Ofantina. O alla furibonda lotta tra De Mita e Gava che accese i fari dell’opinione pubblica sulle zone interne della Campania. Perciò, è davvero politicamente imperdonabile – ma forse non del tutto sorprendente – che ai fondamentali temi posti da Macaluso un partito di maggioranza relativa non sappia opporre di meglio che un assordante silenzio!
edito dal Quotidiano del Sud

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