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Un tempo, non lontano, i partiti politici vivevano di precise regole. Vi si aderiva quasi sempre per convinzione ed essi, attraverso le sezioni e le discussioni che le animavano, diventavano fucina di classe dirigente. Nelle sezioni si affrontavano i problemi delle proprie comunità che diventavano proposte per le istituzioni di governo. Chi non era d’accordo o lasciava il partito, o, attraverso proposte alternative cercava di far prevalere la propria idea. Tutto questo si è snaturato perché le leadership si sono rinchiuse nel loro egoismo, ma anche perché sono venuti meno i luoghi di confronto. Il risultato è stato devastante. La cooptazione degli amici degli amici ha soppiantato il dibattito e non ha consentito l’emergere di una classe dirigente degna di questo nome.

Da questo è nato il nepotismo, il premio dato ai signori delle tessere, le imposizioni delle oligarchie centrali delle formazioni politiche che negano il valore della territorialità e l’autonomia dei ivelli periferici. Queste considerazioni, un po’ scontate a dire il vero, ma utili per un raffronto tra ieri e oggi, mi sono venute in mente riflettendo su quanto si sta verificando nel partito democratico irpino (ma credo, non solo) che di fucina di classe dirigente non ha assolutamente nulla e che ignora l’esistenza di luoghi di confronto. Ecco allora che dopo aver cancellato un segretario e averlo sostituito con il cosiddetto direttorio il Pd irpino diventa preda di un commissario che, senza avere un confronto con la realtà, decide di chiudere il tesseramento per il congresso in sole trentasei ore e senza precise regole. Una specie di don Rodrigo con il suo dictat: “s’ha da fare”. Ci chiediamo: a cosa serve un congresso se non è preceduto dal confronto su piattaforme programmatiche?

Se non si pone come obiettivo l’ascolto di chi a quel partito è appartenente, per capirne esigenze legate al proprio territorio? E, invece, serve, serve. Serve alla malapolitica. Ai signori che fanno incetta di tessere con l’altrui danaro per garantirsi la benevolenza, quando verrà il tempo di assegnare incarichi e prebende. Il tesseramento “spinto” serve anche a chi aspira, potendo disporre di pacchetti di ticket, a chi si propone come vincitore di un congresso senza idee. Tutto questo, e altro ancora, oggi è nelle mani di chi, indipendentemente dalla volontà dei circoli, ha deciso che trentasei ore per definire il tesseramento sono più che sufficienti per chiudere la partita. Che cosa ci sia di democratico in tutto questo è davvero difficile da capire. Ciò che esso produce è, invece, molto chiaro. La negazione della selezione della classe dirigente e il decadimento del ruolo delle istituzioni, oltre all’incancrenirsi dei problemi che attendono soluzione.

di Gianni Festa edito dal Quotidiano del Sud

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