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“Thirteen days” (13 giorni) è il titolo di un famoso film, che reca quello di un libro di Robert Kennedy, ministro della giustizia degli Stati Uniti quando suo fratello John ne era il Presidente. Uscito nelle sale cinematografiche nel 2000, racconta la drammatica storia delle quasi due settimane dell’ottobre del 1962 in cui l’umanità visse l’incubo di una guerra nucleare tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, che avrebbe portato alla fine della civiltà umana.

I fatti, in sintesi, questi. Per reagire alla fallita invasione di Cuba da parte degli USA nell’aprile del 1961 e all’installazione in Italia e in Turchia, ai confini con l’Unione Sovietica, di missili Jupiter (a lunga gittata) puntati contro l’Unione Sovietica, Nikita Krusciov, che ne era a capo, fece installare a Cuba, d’accordo di Fidel Castro, delle basi di missili balistici (a media gittata) puntati contro la costa della Florida, distante 90 miglia. Un U-2, un aereo spia statunitense, fotografò le basi il 14 ottobre. Il giorno seguente, la notizia fu resa nota al mondo dal presidente Kennedy, che ne intimò l’immediata rimozione. A seguito del rifiuto di Krusciov, il 22 ottobre Kennedy tenne un discorso in tv alla nazione americana e al mondo, annunciando di aver dato alla flotta Usa l’ordine di procedere al totale blocco navale di Cuba. Intanto un cospicuo numero di navi russe, dirette all’isola caraibica, stava per giungere a contatto con quelle americane. Era la mattina del 28, quando, a qualche chilometro dal blocco americano, le navi russe invertirono la rotta. Era accaduto che – grazie alla diplomazia segreta, in cui si distinsero l’ambasciatore sovietico Anatolij Dobrinin e Robert Kennedy, ma anche il presidente del Consiglio italiano Amintore Fanfani e Papa Giovanni XXIII – in cambio dello smantellamento delle basi missilistiche a Cuba, gli Stati Uniti si impegnarono a smantellare a loro volta gli Jupiter in Italia e in Turchia. Kennedy e Krusciov, due Grandi della Storia, avevano salvato la pace, facendo proprie le ragioni e il metodo della coesistenza pacifica tra regimi politici opposti.

L’eventualità di un’invasione russa dell’Ucraina, che farebbe intervenire gli Usa a suo favore di questa ex repubblica sovietica, la cui popolazione è al 40% russa, ha molte preoccupanti somiglianze con quel che accadde nel 1962. Vadlimir Putin, il presidente russo, ritiene intollerabile l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, che continua a essere un’alleanza antirussa nonostante che il comunismo (a cominciare dall’Urss) non ci sia più. Significherebbe di fatto missili puntati contro Moca a poche centinaia di chilometri, con il retroterra degli ex Paesi del socialismo reale entrati nella Nato. Non si scordi, peraltro, che fu l’Armata Rossa che liberò dalla belva nazista l’Europa orientale, pagando, insieme al popolo sovietico, un tributo di sangue non inferiore a 20 milioni di vite umane.

L’escalation che può innescare un’azione militare russa contro un’Ucraina, sostenuta dall’intervento americano appare imprevedibile. A fronte delle chiusure preconcette alla trattativa del presidente Usa John Biden, il presidente francese Emmanuel Macron si sta distinguendo nella ricerca di una via diplomatica per risolvere la crisi ucraina e garantire la pace. E’ la pace, che Cicerone definiva “tranquiilla libertas”, la prima condizione di ogni civiltà e progresso umano. La guerra invece – ha detto Papa Francesco – è un controsenso della Creazione. Che, aggiungiamo, nell’epoca atomica, potrebbe essere fatale per il genere umano.

di Luigi Anzalone

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