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Il balletto sugli 80 euro e sull’aumento dell’Iva è una conferma delle difficoltà in cui si dibatte il governo alla vigilia delle ferie e mentre è in preparazione la manovra economica che sarà varata in autunno con l’obiettivo di cominciare a realizzare le promesse elettorali senza irritare l’Europa e senza compromettere la fiducia dei mercati. Nel giro di poche ore, sono circolate ipotesi, poi smentite, sull’intenzione del governo di abolire l’incentivo di 80 euro mensili accordato due anni fa da Matteo Renzi ai lavoratori con un reddito inferiore a 26 mila euro lordi. Costo dell’operazione 9 miliardi l’anno, cifra che, unitamente ad un aumento selettivo (cioè solo per alcuni prodotti) dell’Iva avrebbe creato un “volano” finanziario capace di avviare due delle riforme più qualificanti del contratto Lega-Cinque Stelle: il reddito di cittadinanza e la flat tax.

Dell’abolizione degli 80 euro aveva parlato esplicitamente in un’intervista il ministro dell’Economia Giovanni Tria, mentre le indiscrezioni sull’Iva erano emerse dopo un vertice dei ministri economici presieduto da Giuseppe Conte prima dell’ultima riunione del Consiglio dei ministri; ma sia Luigi Di Maio che Matteo Renzi, non appena le “voci” sono apparse sui giornali, si sono affrettati a smentirle recisamente, nel silenzio, forse imbarazzato, del capo del governo e dell’inquilino di via XX Settembre. Si capisce il motivo del duplice intervento: per come era stata avanzata la proposta, si trattava più che altro di una partita di giro, non di una vera e propria riforma. Il governo con una mano avrebbe tolto e con l’altra dato, con una operazione a somma zero che avrebbe lasciato tutti insoddisfatti.

La questione però resta aperta, e si riproporrà con maggiore urgenza subito dopo l’estate, quando tutti i nodi della finanza pubblica verranno al pettine. Se Tria conferma che reddito di cittadinanza e tassa piatta verranno avviate senza violare i vincoli di bilancio imposti dall’Unione europea, e se non c’è più spazio per la “finanza creativa” che un tempo andava di moda anche in Italia, da qualche parte i miliardi (veri) necessari per le riforme andranno pur trovati. Un’ipotesi è quella di ottenere da Bruxelles margini di disponibilità più ampi di quelli finora accordati ad uno Stato fortemente indebitato come il nostro; ma anche in questo caso non c’è concordanza di vedute fra i partner dell’alleanza sulla tattica da adottare per raggiungere l’obiettivo. Di Maio punta sulla convinzione e sul dialogo come strumento di persuasione, mentre Salvini va più per le spicce: secondo lui i “numeri” di Bruxelles vanno cambiati perché sono stati scelti “a tavolino” e ignorati da molti altri paesi Ue. In mezzo c’è Tria che dovrebbe trattare per garantirsi il risultato. Potrà essere favorito da una circostanza che ha più a che fare con le scadenze elettorali che con i conti del suo ministero, ma dovrà comunque barcamenarsi fra i marosi della politica italiana che a volte esprime logiche contraddittorie.

La congiuntura favorevole consiste nel fatto che la verifica sui bilanci degli Stati membri che la Commissione europea farà in autunno sarà l’ultima condotta da una  gestione, quella del lussemburghese Junker, che si avvia a concludere il suo ciclo nella consapevolezza che nella prossima primavera tutto in Europa potrà cambiare. I partiti sovranisti anti-Ue, fra i quali la Lega di Matteo Salvini, daranno battaglia alle elezioni parlamentari di maggio, convinti di poter mettere in un angolo i popolari e i socialdemocratici che finora hanno fatto il bello e il cattivo tempo a Strasburgo e a Bruxelles. Anche a livello dei governi, che nelle istituzioni europee contano sempre di più, il peso delle coalizioni dominate dai nazionalisti si farà sentire; e già di per sé questa prospettiva, per quanto al momento insondabile, rafforzerà le posizioni di chi andrà a Bruxelles per chiedere lo sforamento di parametri giudicati troppo rigidi e il via libera ad un allargamento della spesa.

Il ministro Giovanni Tria dovrà dunque negoziare sperando di riuscire a volgere a suo favore una situazione in movimento. Ma nella partita europea, della quale quella italiana sulla manovra di bilancio è solo un aspetto, sta già operando un altro protagonista il cui ruolo è imponderabile ma reale: è il presidente Trump, che non fa mistero di voler disarticolare un’Europa che, così com’è oggi, non gli piace. Le possibili interferenze Usa sul futuro del Vecchio continente meritano un approfondimento a parte; ma già adesso ce n’è abbastanza per dire che, ancor prima delle elezioni europee della prossima primavera saranno quelle di medio termine del 6 novembre negli Usa ad influenzare il corso delle cose anche da noi. Se Trump ne uscirà rafforzato, gonfieranno il petto tutti coloro che anche al di qua dell’Atlantico guardano a lui come un leader mondiale; se al contrario gli elettori democratici lo azzopperanno, molti giochi si potranno riaprire anche nelle vecchia Europa.

di Guido Bossa

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