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Se Mario Draghi era apparso rassicurante, Ursula von der Leyen è sembrata preoccupata e in qualche modo ha messo le mani avanti. Così, le ultime battute della campagna elettorale italiana hanno lasciato senza risposta un interrogativo che riguarda la futura collocazione del governo italiano, il suo ruolo nel contesto europeo: un partner collaborativo o un interlocutore scomodo, esigente? Intervenendo all’assemblea generale dell’Onu, il presidente del Consiglio uscente aveva offerto garanzie: “Anche nei prossimi anni, l’Italia continuerà ad essere protagonista della vita europea, vicina agli alleati della Nato, aperta all’ascolto e al dialogo, determinata a contribuire alla pace e alla sicurezza internazionale”. Pochi giorni dopo, però, sempre negli Stati Uniti, la presidente della Commissione aveva lanciato un preciso avvertimento: “Noi lavoreremo con qualsiasi governo democratico che vorrà lavorare con noi”, ma “se le cose dovessero andare per il verso sbagliato, abbiamo gli strumenti per rispondere”; alludendo esplicitamente alle misure adottate contro Polonia e Ungheria, “punite” per aver violato le regole dello Stato di diritto e i principi democratici riconosciuti nell’Unione. L’immediata protesta dei vertici di Fratelli d’Italia ha provocato una imbarazzata messa a punto di Bruxelles, ma l’avvertimento resta valido, tanto più che a preoccupare la Commissione si è aggiunto lo scivolone di Berlusconi che ha tentato in extremis di giustificare il suo amico Putin, che sarebbe stato quasi costretto da cattivi consiglieri ad invadere l’Ucraina per insediare a Kiev “un governo di persone perbene”.

Poiché tutto ciò è avvenuto nelle ultime ore di una campagna elettorale che si è giocata quasi esclusivamente sul tema dell’affidabilità dei contendenti in termini di garanzia democratica del futuro governo italiano, c’è da prendere sul serio sia le parole di Draghi che l’allarme di Von der Leyen. Forse a Bruxelles non è sfuggito il fatto che negli ultimi giorni Giorgia Meloni ha abbandonato i toni rassicuranti e in qualche modo moderati usati precedentemente, quando si sentiva vicina alla conquista del potere, per tornare agli accenti polemici che ne avevano caratterizzato la postura negli anni dell’opposizione. Nel comizio di chiusura a Roma ha quindi evocato un governo radicalmente alternativo ai precedenti, compreso quello tuttora in carica per gli affari correnti: su lotta alla pandemia, Europa, austerità, immigrazione, fondi del Pnrr, si dovrà voltare pagina, per non parlare della riforma presidenzialista sulla quale FdI minaccia di procedere da sola (ma questo all’Europa importa meno). Per il resto, poiché tutti i Paesi europei pensano a se stessi e non hanno una vocazione reale alla solidarietà, allora anche l’Italia deve essere pronta a contrapporre la propria sovranità a quella di Germania e Olanda, magari ritrovandosi nello stesso campo di Polonia e Ungheria. Dalle sue puntigliose rivendicazioni di autonomia, Meloni ha escluso la politica estera europea e quindi l’atteggiamento verso la Russia di Putin, ma non può sfuggire il fatto che un indebolimento dell’edificio comunitario per quando limitato alle basi economiche e al bilancio, sarebbe visto di buon occhio a Mosca. Motivo in più per sciogliere quanto prima, ad urne aperte, l’incognita della destra italiana al governo.

di Guido Bossa

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