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Verso la B, per risvegliarsi da un brutto sogno e tornare alla grande Storia. L’ultima volta che è successo

Dieci anni di A. Sul tappeto verde del Partenio palleggiano Fernando De Napoli, Stefano Tacconi, Andrea Carnevale, Luciano Favero, Beniamino Vignola, Gerónimo Barbadillo, Ramón Díaz, il capitano Adriano Lombardi, Juary, José Dirceu, Angelo Colombo, Walter Schachner, Franco Colomba.
E potremmo continuare. All’inizio degli anni Ottanta, l’Avellino è chiamata l’ “Inter del Sud”.

Il patron è don Antonio Sibilia. Ha scritto il pezzo più bello della storia del calcio di questa terra: dagli anni Settanta fino al 1983. Ha fatto grande l’Avellino.
Che però nel 1988 scivola in B, e ancora precipita in C nel 1992. La fine del sogno o l’inizio di un incubo? No, non è stato un sogno. Perché Avellino è una realtà calcistica straordinaria, dal 1912.
Ciriaco De Mita aveva capito tutto, prima di tutti. Lo confessò a Gianni Brera.

“Il campionato minore l’ha vinto l’Avellino, che i monti proteggono dagli insulti del clima mediterraneo”, scriverà poi il grande giornalista. “Aveva ragione don Ciriaco [De Mita], quando si tolse da un’aragosta dei Metalli per garantirmi che l’Avellino era una squadra! Si è vista”.

Dopo la A, per il calcio cittadino si apre una parentesi triste, tormentata, incredibile: un dormiveglia interminabile. Un brutto sogno, nessuna realtà.
L’Avellino tra la B e la C, poi più giù: fallimenti calcistici, umani e societari. Succede di tutto. L’obiettivo è sempre la B, o meglio almeno la B, se non la A.
Comunque la B: la promozione è il minimo sindacale. Succede più volte, l’ultima nel 2012, a quattro anni da un disastroso fallimento della società.

L’allenatore è Massimo Rastelli, napoletano, ex giocatore dell’Avellino. Manco a farlo apposta, sei anni prima, da attaccante, ha portato i Lupi in B segnando un gol al Napoli, nella gara decisiva di ritorno di campionato al Partenio. Nel 2012, il campionato è entusiasmante: in campo ci sono Gigi Castaldo e Raffaele Biancolino, che oggi guida l’Avellino che punta alla B.

Alla fine del campionato l’Avellino è prima in classifica: con 60 punti conquista la promozione diretta in Cadetteria. Il capocannoniere è Castaldo, con 14 gol, vicecapocannoniere del girone dopo il nocerino Felice Evacuo. L’Avellino ha il migliore attacco del campionato: 50 gol realizzati, e la miglior difesa, con 27 reti subite, il maggior numero di vittorie:18, assieme al Perugia, e il minor numero di sconfitte, 6 come il Latina.
Finalmente la B. In Cadetteria l’Avellino gioca per salvarsi ma si piazza subito nelle zone alte della classifica. Non ce la fa. Neppure in Coppa Italia: affronta in trasferta la Juventus agli ottavi, ma viene sconfitta per tre a zero. L’anno dopo, i Lupi hanno come obiettivo la qualificazione ai play-off: ottava posizione, a fine campionato sfiorano la finale.

L’Avellino si fa valere. Ma il problema non è tanto il calcio giocato: dopo il parere negativo della Covisoc, il Consiglio Federale esclude i Lupi dalla B a causa del mancato rispetto dei termini di consegna della fideiussione. Il 2018 è l’annus horribilis. Si prova a salvare il salvabile. Si riparte dalla Serie D. C’è un segnale di speranza: la squadra riceve in comodato d’uso gratuito dall’associazione “… Per la Storia…”, il logo e la denominazione della storica Unione Sportiva Avellino. Continua la lunga querelle societaria. Fino al 2020, quando Angelo Antonio D’Agostino diventa patron della squadra: cinque anni tra alti e bassi fino ad oggi, fino alla B. Si spera.

L’Avellino può tornare alla realtà, si desta dall’incubo. E’ stato solo un brutto sogno. Se è vero ciò che scrive Brera: “Esiste in Italia una squadra che gioca come il Brasile, che profuma di cibo genuino e campi in fiore. Una squadra che, però, non è brasiliana: si chiama Avellino. Questa squadra gioca al calcio magistralmente, senza sentirsi inferiore a nessuno e senza mostrare nessun borioso senso di superiorità. Umile ed operaia, e nello stesso tempo nobile, come solo i veri aristocratici sanno essere. Questa squadra, l’Avellino, è la più bella realtà del calcio di provincia della storia italiana”. L’Avellino merita la B, almeno la B. Una grande storia non può finire.

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Antonio Picariello

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