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L’articolo “San Barbato e la pace del ‘43”, pubblicato il 21 settembre 2024 dal “Corriere
dell’Irpinia” a firma di Virgilio Iandiorio, mi ha gratificato per il ricordo riserva a Francesco Del
Mauro, mio nonno materno, che ospitò, con la moglie Concetta De Cristoforo, per oltre due
anni Dusan, soldato serbo sbandato. Mia madre, all’epoca aveva una decina di anni, mi
raccontava di come quel soldato “nemico” fosse stato accolto da “figlio”, in quanto nella
religiosità dei miei nonni la buona azione si immaginava ispiratrice di eventi analoghi sui fronti
di guerra in cui erano impegnati i loro quattro figli maschi che tutti, a guerra finita, rientrarono
a casa, per poi ripartire come emigranti verso la Svizzera o l’Argentina.

L’ospitalità accordata a Dusan non è il solo evento di cui ho raccolto le testimonianze orali.
Sempre mia madre mi raccontava che Giovanni De Cristofaro, il fratello minore di Concetta,
emigrato giovanissimo negli USA all’inizio del ‘900, a guerra finita inviava i “pacchi” a tutti i
parenti lontani, in difficoltà a causa della crisi economica successiva al disastro bellico.
Mio padre invece mi parlava dello zio Rocco Albanese: costui era emigrato negli USA e
lavorava con Francesco Del Mauro e Giovanni De Cristofaro, in uno sperduto villaggio della
Pennsylvania. Rientrato in Italia con un bel gruzzoletto, comprò una porzione del Castello di
San Barbato. Nel ’43 si imbatté in un paio di paracadutisti statunitensi. Parlottava inglese e
soddisfece la richiesta di ospitalità e li nascose in casa. Un delatore avvisò i fascisti che
bussarono alla porta accompagnati da truppe tedesche. Zio Rocco non si scompose: fece
accomodare nel solito nascondiglio (un grosso armadio) i due paracadutisti che, sdraiati e
ricoperti di vestiti e biancheria, trepidavano nella attesa della fine della visita. I tedeschi
ispezionarono tutta la casa e quando aprirono l’armadio, zio Rocco domandò se dovesse
spostare i vestiti: il suo “zelo” non fu assecondato, con buona pace di tutti.
Uli, il marito tedesco di mia cugina Patrizia, mi ha mostrato il manoscritto consegnatogli dal
padre che, appena diciottenne, era stato inviato sul fronte russo. Dato per disperso e pianto
dai familiari, rientrò a casa quasi un anno dopo la fine della guerra, magrissimo ma fluente nel
la lingua russa: lo salvò un giovane amore o aveva risvegliato lo stesso sentimento
manifestato da Concetta e Francesco per Dusan? Il padre non è mai entrato in questi dettagli,
ma ha scritto di proprio pugno la sua esperienza bellica. Non conosco la lingua tedesca e non
ho potuto apprezzare il valore di quel testo, ma l’espressione emozionata di Uli ha rafforzato
la mia convinzione: le guerre non le generano gli Uomini ma gli Stati, e sarebbe saggio, anche
nella nostra tormentata epoca, ripartire dalla “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”,
sanciti dalle Nazioni Unite nel 1948 e forse dimenticati.

Mauro Del Mauro

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