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Il limite della decenza politica

C’è un limite, superato il quale si cade nella barbarie, nella irresponsabilità, forse anche nel ridicolo. E quando questo avviene gli effetti drammatici che ne conseguono producono illegalità e gestione dissennata del bene pubblico. Autostrade aperte all’infiltrazione dei poteri camorristici. Non solo. I furbi ne profittano per calpestare diritti e costituire un potere le cui ombre veleggiano verso l’egoismo individuale a danno della comunità.

Prima di entrare nello specifico dei problemi che intendo discutere con coloro che hanno conservato ancora un minimo di dignità, è il caso, qui ed ora, di riflettere sul perché si è giunti a questo punto limite.

Parlando di fascismo, democrazie e libertà, valori ancora poco Resistenti, e osservando l’attuale situazione, i rischi sono fortemente presenti nell’odierno contesto. Rispetto allo scolamento della società sono sempre di più coloro che in modo silente chiedono un governo dell’“uomo forte”. Alcuni segnali e certi atteggiamenti falsamente riformistici della Costituzione sono oggi il nutrimento ideale di coloro che, dopo essere stati protagonisti di un populismo sfrenato, ora ne sono stanchi e chiedono un rigore spinto che rischia di incidere sulla democrazia e la libertà individuale.

Mi riferisco a personaggi ai quali non interessa assolutamente il bene comune, che avanzano nel mondo impetuoso delle clientele, ai capetti di quinta fila rispetto al passato, che fanno uso degli strumenti del consenso per intrecciare affari e costituire personali posizioni nella gestione di ciò che un tempo era la politica. La corruzione, che non ha mai smesso di rendere l’uomo “sporco, brutto e cattivo”, entra in questo gioco per cui si diventa talvolta parlamentare acquistando un seggio che cambia la vita, usando la delega del cittadino non per rappresentarlo, ma solo per poi tradirlo.

Seguendo questo filone (corruzione, tradimenti, trasformismo, ecc..) si potrebbero scrivere storie che farebbero arrossire di vergogna. Ma è proprio qui il problema. Se questo accade è per responsabilità di chi agisce per fatti personali o, invece, di coloro che consentono a questi “criminali-truffaldini” di agire senza che vi sia alcun tipo di reazione popolare?

La mia tesi che argomenterò osservando l’ambiente in cui sono nato, vivo e nel quale per anni credo di aver mostrato senso di equilibrio e di responsabilità (almeno spero) non può non partire dal vissuto degli anni dal dopoguerra ad oggi.

Comincio da Guido Dorso, antifascista di tutto punto, che insieme ad altri pochi intellettuali, ma tanti cittadini che ne apprezzavano le idee, fu strenuo difensore della democrazia e della libertà, sia pure con qualche svarione a proposito dell’impegno femminile. I fascisti lo giudicarono, lo costrinsero al silenzio. Negli anni che seguirono, lentamente, ma in modo intelligente, intorno ai giornali locali, molto apprezzati sul piano nazionale (Cronache irpine e Progresso irpino) si formava una classe dirigente di alto profilo sia tra i cattolici democratici (mutuando l’esperienza della corrente di Base di Fiorentino Sullo), sia nella sinistra con un gruppo di intellettuali che si richiamavano ad Amendola, sia della sinistra senza aggettivi che si richiamava a Pietro Ingrao e ai rappresentanti cosiddetti “operaisti”.

È molto probabile che a distanza di anni l’impegno dei due schieramenti possa apparire desueto se non fosse per il fatto che ancora oggi, più di ieri, quelle esperienze dovevano essere una lezione per l’agire presente.

Nostalgie di un passato di vero impegno? No, forse di un metodo di selezione della classe dirigente. Nel senso che c’era chi decideva in una sintesi unitaria e poi agiva. Così nella Dc, come nel Pci. Questa era la politica. E i partiti erano scuole di formazione, di rigore e di coerenza. Assistere oggi alla morte della politica e a ciò che sono diventati i partiti è davvero angosciante. Personalmente sono stato testimone del metodo che portò ad essere sindaco del capoluogo Antonio Aurigemma, Tonino Di Nunno, Giuseppe Galasso e posso dire che una volta raggiunto il parere positivo nei gruppi politici (spesso concentrati tra centro e sinistra) quella decisione veniva rispettata. De Mita e i cosiddetti “magnifici sette”, in quei tempi anche contestati per l’uso talvolta spregiudicato del potere, così D’Ambrosio, Freda e Biondi, Grifoni e Fierro qualificarono il loro impegno sulle risposte da dare ai problemi.

Scomparsi i padri, gli orfani di nessuno hanno cominciato a fare man bassa di ogni ipotesi di potere stracciato. Quello che sta accadendo al Comune capoluogo è paragonabile a scene di avanspettacolo. Stiamo facendo ridere un’intera nazione. Dopo quello che è accaduto sarebbe stato opportuno per la propria dignità e quella dell’Istituzione andare a casa e rendere il cittadino arbitro del futuro. Non alimentare un mercato delle vacche per formare un governo che sarà comunque con i piedi di argilla visto che tra ricatti, intimidazioni e quanto altro si naviga comunque a vista.

Vengo a sapere che in questo perverso gioco una parte la stia giocando il Pd. Ma quale Pd? Non certo quello che si identifica nei movimenti di Controvento e della linea che si richiama a Elly Schelin, che fino ad ora ha manifestato una linea di coerenza, ma quel Pd dei cani sciolti che ha una segreteria ombra e qualche galoppino che sdrangheggia, dividendo e usando strumenti di potere per allargare il consenso personale. Altro che bene Comune.

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Gianni Festa

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