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Il risultato delle elezioni tedesche del 24 settembre è un campanello d’allarme per il futuro dell’Europa ma anche per i partiti progressisti dei diversi paesi del Vecchio continente, a cominciare dall’Italia che andrà al voto nella primavera prossima. Il pesante ridimensionamento della Democrazia cristiana di Angela Merkel, la sconfitta dei socialdemocratici e la vittoria dell’Afd, partito di estrema destra con forti venature neonaziste, confermano il declino delle due tradizionali culture riformiste – quella popolare e quella socialdemocratica – che quasi ovunque si sono alternate al potere dal secondo dopoguerra.
La più devastante crisi economico sociale mai attraversata dai tempi della Grande Depressione, unitamente alla ripresa delle migrazioni dal Sud al Nord, hanno spazzato via antiche certezze e demolito solidi capisaldi ideologici. L’analisi dei flussi elettorali in Germania mostra che i l’Afd ha pescato molti consensi dal bacino degli astensionisti, ma anche dai tradizionali elettorati cristiano-democratico e socialdemocratico, e dall’estrema sinistra della Linke. Il travaso è avvenuto soprattutto nelle regioni orientali della ex DDR; in Sassonia i populisti sono il primo partito; in totale hanno sottratto un milione di voti alla Cdu-Csu, 500 mila alla Spd, ma anche 400 mila all’estrema sinistra, che era forte soprattutto nei sei laender dell’Est dove però ormai resta una presenza quasi di testimonianza. Il resto è arrivato dall’astensionismo, e il segnale è chiaro: l’incertezza del presente, la paura del futuro, il bisogno di protezione, non trovano più rifugio nelle vecchie ricette conservatrici o progressiste ma preferiscono il salto nel buio dell’antisistema. Dunque, l’indebolimento dei due pilastri su cui si era retta finora la invidiabile stabilità tedesca non premia un’alternativa di sinistra pura e dura, che resta senza sbocco, mentre ingrossa il bottino di un partito eterogeneo che non promette soluzioni di governo ma per il momento si limita a collezionare i risentimenti di varia natura. C’è una lezione per l’Italia dal voto tedesco? E’ stato detto correttamente che, lungi dal promettere stabilità, la moltiplicazione dei gruppi parlamentari nel nuovo Bundestag rischia di importare a Berlino le peggiori prassi trasformistiche italiane, tanto più che tentazioni di frazionismo si avvertono già fra i vincitori (Afd) e gli sconfitti (Cdu-Csu): ma la cura di un sistema malato non può essere affidata né in Germania né in Italia alle sole alchimie parlamentari. Si tratta invece di modificare ricette rivelatesi inadeguate, ed elaborare politiche e programmi nuovi, più inclusivi e rassicuranti per gli sconfitti della globalizzazione e per le vittime del neoliberismo che ha imperato in Europa negli ultimi anni anche grazie ai democristiani tedeschi; politiche di bilancio espansive, capaci di rianimare il mercato interno a livello statale ed europeo, promuovendo una più equa ripartizione delle risorse e della ricchezza prodotta da un’area economica che resta in cima alle classifiche mondiali. Sul piano dei rapporti tra i partiti, poi, cedere alla tentazione tedesca promuovendo la nascita di una piccola Linke italiana come quella che si sta formando alla sinistra del Pd, rischia di indebolire ulteriormente lo schieramento progressista e riformatore, consegnando il Paese ad una destra molto meno affidabile ed “europea” della sia pur ridimensionata Cdu di Angela Merkel. La tentazione di uscire dalla maggioranza di governo per meglio posizionarsi in vista delle elezioni è miope e sa tanto di vecchia politica. La nostra storia insegna che chi scuote l’albero riformista non ne coglierà i frutti.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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