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40 anni fa il sisma, il ricordo dell’ex sindaco Imbriani: delocalizzare fu una scelta obbligata

“Ero sindaco da cinque mesi quando ci fu quella terribile scossa. Non ero nel paese ma poco lontano, ai piedi della collina, ho visto il paese sbriciolarsi davanti ai miei occhi, la polvere che era ovunque, illuminata dalla luce della luna piena. Ho capito in un istante che Conza non c’era più. MI sono precipitato al Borgo Croce, il cuore del paese, mi sembrava la scena dell’Inferno di Dante, tra urla e macerie cadute. I sopravvissuti si erano radunati proprio lì a Borgo Croce. Avevamo appena fatto un censimento per capire i bisogni legati alla fornitura dell’acqua, gli abitanti erano 600, 184 morirono sotto le macerie. Cominciai insieme agli altri sopravvissuti a scavare con le mie mani”. E sui soccorsi “Fummo fortunati perché potemmo contare subito sulla solidarietà delle maestranze del cantiere della Terracemento alle prese con la realizzazione della diga sull’Ofanto. Arrivarono con pale e piccozze e ci ospitarono mettendo a disposizione i capannoni, avevano lettini e brande. Se 184 furono trovati morti, altri 200 furono ricoverati negli ospedali di Battipaglia, Eboli, Foggia. Riuscii  a raggiungere Pescopagano, vedevo delle luci ed ero convinto che lì il terremoto non si fosse sentito, erano, invece, quelle del campo da calcio dove si erano radunati i sopravvissuti, da qui cercammo di comunicare con la Prefettura di Avellino ma senza riuscirci. Poi contattammo i Carabinieri di Aquilonia. In breve tempo vedemmo arrivare volontari di Aquilonia pronti a darci una mano, ci aiutarono loro a scavare. Due giorni dopo arrivò l’esercito, il battaglione Trani di Bari e l’undicesimo battaglione dei Carabinieri, attrezzarono mensa e infermeria. Devo dire che non ci siamo mai sentiti soli perché abbiamo potuto contare sulla solidarietà spontanea di tanti”. Inevitabile il riferimento alla scelta di delocalizzare il centro “Conza non era nuova alle scoperte archeologiche, sapevamo che il paese nascondeva nel sottosuolo i resti dell’antica Compsa ma naturalmente non si potevano effettuare campagne di scavo. Al tempo stesso il sovrintendente aveva individuato siti da dove era possibile osservare una parte di questi reperti antichi. Era la quarta volta nella storia che il paese crollava, la gente aveva paura, si diceva ‘Mai più su quel colle”. La legge 219 del maggio 1981 implicava per la ricostruzione dei centri perizie geologiche, bisognava accertare l’idoneità dei siti, si accertò che quel sito non era più edificabile. Del resto chi aveva attività commerciali aveva scelto d aprirle non certo nel paese ma in pianura. Dovemmo decidere dove far rinascere il paese, ci riunimmo in assemblea  e cominciammo a discuterne. Avremmo voluto restare lì dove erano stati costruiti i prefabbricati ma c’era un problema legato alle fondazioni poiché l’ sorgeva la diga sull’Ofanto. Dovevamo trovare un’alternativa e scegliemmo il Piano delle Briglie, località in cui si erano insediati gli antichi romani. Oggi guardando come è rinata Conza, posso dire che è stata una scelta felice, ricostruita intorno al vecchio centro mentre l’antico borgo è stato recuperato come Parco Archeologico”. Non nasconde il proprio orgoglio per una ricostruzione che può dirsi compiuta: “Sono stato sindaco fino al 1990 e sono rimasto in seno all’amministrazione comunale fino al 2008, posso dire di aver visto rinascere Conza, trasformandosi una new town. Più complesso il discorso legato allo sviluppo industriale. I nostri territori erano essenzialmente contadini, quando si ipotizzò di portare l’industria in montagna e si cominciò a parlare della realizzazione di piani industriali, se ne immaginarono inizialmente due, una che guardasse a Sant’Angelo e Lioni e l’altra a Calitri. Come sindaco e consigliere della Comunità Montana fui tra coloro che sostennero un terzo polo tra Conza e Morra, altrimenti i piccoli comuni sarebbero rimasti esclusi. E i nostri politici si fecero realmente carico delle esigenze anche dei comuni più piccoli, sorse così un asse che andava da Nusco a Calitri e anche Conza aveva un suo posto lungo quest’asse. Anche a Conza sorsero le prime industrie, scoprimmo quella che era la qualifica di operaio e oggi posso dire che alcuni dei nostri operai stanno per andare in pensione. Certo, ci furono aziende come la Emmered di Torino che realizzò il capannone, intascò i finanziamenti e sparì ma fu poi rilevata da altri imprenditori. Sono mancati controlli su questo fronte e al tempo stesso in alcuni così gli imprenditori non hanno avuto un sostegno adeguato dalle istituzioni. Bisognava vigilare, poiché comunque la legge consentiva di avere anticipazioni del 25% che era tantissimo”. E sul futuro dell’Irpinia “Basta parlare di quella sera che rimane certamente viva nelle nostre menti ma bisogna porre l’accento su quello che è l’Irpinia e su quello che può rappresentare. Oggi ha le basi infrastrutturali per portare avanti quell’idea di sviluppo industriale nata nel doposisma. Abbiamo sempre avuto una ricchezza che è l’ambiente, i volontari arrivavano qui ed erano incantati dai nostri paesaggi. Il lago e il parco archeologico sono delle risorse importantissime per rilanciare il turismo, penso al progetto di albergo diffuso che può essere una scommessa vincente. O ancora al turismo rurale, alla valorizzazione delle aziende agricole”.

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