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Mi convinco sempre più che la questione meridionale potrebbe essere solo un parto di fantasie accuratamente manipolate. Che vittime e carnefici, cioè, coesistano in forma dissociata. Considerazione che potrebbe sembrare improvvisata e provocatoria, ma che nasce in me, cittadino del Sud, dopo una valutazione complessiva dei dati che la realtà offre. Oltre che da viaggiatore, spero attento, nel Mezzogiorno per narrazioni sulla realtà esistente. I dati, in realtà, ci dicono di “scippi” e “inganni” giocati sulla pelle del Sud, senza, però, soprattutto nel dibattito politico, dare doverosamente conto dei motivi per cui questo accade. Mi riferisco ad alcuni elementi di valutazione conosciuti e tuttavia disattesi nell’impegno. In realtà c’è la protesta, anche documentata, ma la proposta per rimuovere le difficoltà è latitante. Eppure, senza essere retorici, ci vorrebbe davvero poco per rimuovere con volontà gli intoppi. Mi vengono in soccorso tre semplici esempi: chiudere, una volta e per sempre, il ricorso all’assistenzialismo straccione che invade e penalizza le classi sociali del Mezzogiorno; bonificare il territorio meridionale prigioniero della criminalità organizzata e far diventare centrale la questione morale in un vasto territorio, il Sud appunto; guardare al futuro dei paesi del Mediterraneo senza trascurare la capacità di utilizzo delle risorse europee. Quando questi obiettivi sono stati definiti e i percorsi da seguire programmati spetta poi alla classe dirigente conseguire i risultati. Qui è il nodo. Esiste oggi una classe dirigente in grado di affrontare questa sfida? Ciò che accade mi rende pessimista. Essa, in particolare quella meridionale, è oggi, a mio avviso, la protagonista della radice del male.

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 L’assistenzialismo, per come viene gestito, è il peggiore nemico di una ineludibile “stagione dei doveri”. I fatti dimostrano che la garanzia della protezione assistita ha funzionato come incentivo per la fuga dal lavoro. Così come, con esiti minori, è per i vari “bonus” che alimentano spesso un mercato sommerso. Le indagini della Guardia di Finanza evidenziano una illegalità diffusa dei beneficiari di questi provvedimenti che peggiorano, anche dal punto di vista mediatico, l’immagine di un Mezzogiorno palla al piede. Nel generale fallimento si inseriscono il funzionamento dei Centri per l’Impiego e i cosiddetti “fa – cilitatori” che, non per loro demerito, affollano il deserto delle inutilità. E’ di questo che il Mezzogiorno ha oggi bisogno? O, invece, di valorizzare le proprie risorse con la creazione di posti di lavoro per attività innovative, di centri di rivare le risorse che tornano al fondo europeo per essere redistribuite negli altri paesi della Comunità.

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 Queste riflessioni minime mi inducono a ritenere che il vero problema non è una “questione meridionale” così come è stata da noi vissuta negli ultimi decenni, ma l’assenza di una classe dirigente degna di un ruolo nobile a rendere difficile il raggiungimento degli obiettivi per il bene comune. Il realismo politico è chiamato a dare risposte, la società civile deve impegnarsi per accompagnare il necessario e urgente cambiamento. Non è più il tempo del vittimismo inconcludente, ma davanti dobbiamo avere la costruzione di un nuovo modello di partecipazione che faccia leva sull’umanesimo sociale e sul ritorno alla responsabilità.

di Gianni Festa

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