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Improvvisamente, è come se si fosse rotta una tregua che, bene o male, reggeva sul fronte interno e su quello internazionale. Il polverone sollevato dal voto referendario non ha fatto in tempo a posarsi sul pavimento della politica italiana, che sono venuti giù rottami pericolosi. L’unica notizia buona dell’ultima settimana è la rapida soluzione della crisi di governo, auspice Mattarella che ha messo i suoi interlocutori di fronte ad alternative secche. La prima: per non perdere, tutti, chi più chi meno, la faccia, accordarsi con chi ci sta per mettere in piedi un esecutivo dignitoso in grado, intanto, di rappresentare l’Italia al vertice europeo di giovedì 15 dicembre, e poi di far fronte alle emergenze nazionali a cominciare dal terremoto. La seconda: non si venga a parlare di elezioni prima di aver trovato in Parlamento un accordo per una legge elettorale omogenea fra Camera e Senato, che risponda alla duplice esigenza di dare rappresentanza alla volontà popolare e governabilità al Paese. L’ideale sarebbe farla prima che al Corte Costituzionale si esprima sulla legge vigente per la sola Camera, anche per restituire dignità al Parlamento evitando umilianti supplenze. Al primo quesito i gruppi parlamentari (si è notata, e non è stata casuale, l’assenza di molti leader di partito alle consultazioni quirinalizie) hanno risposto con una celerità ignota alla bizantina passi romana: il governo Gentiloni si è formato a tempo di record e si è presentato a Bruxelles forte della fiducia di entrambe le Camere. Per la riforma del sistema di voto, invece, non siamo neppure ai preliminari; e non è un bel segnale. Anche perché, dicevamo, dal soffitto cadono calcinacci. Cominciamo proprio dal vertice europeo, dove Gentiloni è stato accolto con cortesia e anche con un certo apprezzamento per il ritmo sostenuto con il quale la crisi di governo era stata risolta a Roma, ma sulla sostanza delle materie in discussione si è trovato di fronte a tanti bei no, pesanti come quelli del referendum italiano. E dunque, niente da fare sulla questione dei migranti, sulla riforma del trattato di Dublino, su un rallentamento delle sanzioni contro Mosca che danneggiano l’economia italiana. Tutto rinviato a dopo gli appuntamenti elettorali di Parigi e Berlino, mentre l’Europa non riesce ancora a prendere le misure del nuovo inquilino della Casa Bianca. Non solo: mentre Gentiloni affrontava il muro di gomma di Bruxelles, un autorevole analista finanziario tedesco rilasciava un’intervista al “Corriere della Sera” per sostenere una tesi semplice quanto minacciosa: se l’Italia non ce la fa a restare al passo con gli altri Paesi guida dell’Europa, tanto vale che rinunci all’Euro e si accomodi fuori dal club di quelli che contano. Il che sarebbe forse vantaggioso per le nostre esportazioni, ma certamente non per il nostro prestigio, con tutto ciò che ne consegue. Tanto varrebbe dare a Salvini le chiavi del governo. Intanto, e proprio nelle pochissime ore di vacanza governativa, riprendeva alla grande lo shopping sulle aziende strategiche italiane condotto spregiudicatamente da concorrenti d’Oltralpe. Ma rientriamo in Italia, dove il dopo referendum ha visto (sarà una coincidenza?) la ripresa delle ostilità fra magistratura e politica, con indagini a Milano, arresti e perquisizioni a Roma, sospetti e polemiche a non finire, che stavolta lambiscono indiscriminatamente tutti, anche i nuovi venuti. Si noterà che l’iniziativa dei Pm mette nel mirino sindaci eletti appena sei mesi fa, grazie alla scelta diretta dei cittadini. Naturalmente, come non esprimiamo condanne preventive, neppure dispensiamo assoluzioni a scatola chiusa; ma quando ci sono in ballo i governi delle metropoli si richiederebbe, da una magistratura che vuole essere credibile, un’adeguata velocità nelle indagini. In più ci si è messa la gogna di piazza orchestrata nella capitale da un brutto ceffo del sottobosco politico sotto gli occhi sorpresi dei carabinieri di guardia a Montecitorio. Insomma, non c’è proprio da stare allegri. E non sorprende che in una situazione come questa il presidente del Consiglio abbia chiesto ai suoi ministri di presentargli la lista dei rispettivi impegni per i prossimi (solo) quattro mesi. Vuol dire che il capo del Governo non prevede di restare al suo posto molto oltre Pasqua? Probabilmente no: probabilmente intende solo improntare l’attività del governo a criteri di concretezza. Il che è anche giusto. Ma che fare in quei quattro mesi? Qui le questioni aperte sono due: la già citata riforma del sistema elettorale, e la crisi aperta dal risultato del referendum nel Partito democratico, che resta l’azionista di maggioranza del governo e anzi ha visto rafforzata la sua presenza. Il criterio al quale il governo si atterrà sarà quello enunciato dallo stesso Gentiloni, che ha chiesto la fiducia delle Camere ma ha espresso a sua volta fiducia nella dialettica parlamentare. Un cambio di tono non da poco. Il governo potrà fare molto per favorire un accordo sul sistema di voto, e potrà contare anche sull’autorevole e discreto consiglio del Presidente della Repubblica; ma per quanto riguarda il Pd, potrà fare ben poco, anzi meglio che non faccia nulla. E’ il Pdi che deve elaborare il lutto della sconfitta referendaria, è la minoranza interna che dovrà darsi una strategia (dentro o fuori) ed un capo riconosciuto; ed è infine Matteo Renzi che deve capire se è meglio per lui tentare subito una rivincita o aspettare che si calmino le acque e intanto lavorare per costruire un’organizzazione di partito che sia adeguata alla nuova geografia politica disegnata dal referendum ma già abbozzata dalle ultime tornate elettorali (praticamente dalle europee in poi). In un’Italia tripolare è inutile se non controproducente perseguire una “vocazione maggioritaria” comunque sfuggente; e per costruire alleanze occorre tempo.
edito dal Quotidiano del Sud

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