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Torella e l’antico casale di Girifalco

di Virgilio Iandiorio

Girifalco è il nome di una contrada del comune di Torella dei Lombardi. Due secoli fa Lorenzo Giustiniani, che raccolse in un’opera monumentale le notizie su tutti i paesi del Regno di Napoli, parlando di questo paese altirpino così precisava: “Torella tiene un bosco appellato Girifalco di una piccola estensione tutto di Cerri, in mezzo del quale avvi una chiesetta intitolata ai Santi Giovanni e Paolo”. Il Giustiniani, però, non fa nessuna menzione della torre, che pure da secoli era stata lì costruita.

Il casale di Girifalco –scriveva Don Pasquale Di Fronzo nella sua monografia su Torella dei Lombardi– si formò intorno alla chiesetta dei Santi Giovanni e Paolo, che sarebbe stata costruita in epoca bizantina tra il VI-VII secolo. Nicola Bellofatto, che ha dedicato, si può dire, una vita alla ricerca di documenti riguardanti il suo paese e prima di morire ha pubblicato nell’anno 2000 un volume di ricerche e studi storici su Torella dei Lombardi, a proposito di questo “santuario campestre” risalente al medioevo, fornisce una notizia interessante. Parlando dei danni provocati dal terremoto del 1980 scrive Nicola Bellofatto: “Il santuario campestre è rimasto totalmente dissestato con il conseguente crollo della copertura e del soffitto; nel catino absidale è comparso un affresco, forse del secolo XVI”.

Girifalco ancora oggi conserva il suo carattere di luogo religioso per i l’intero circondario. Nel mese di maggio di ogni anno si svolge una processione che vede impegnati i fedeli, che vengono dalla vicina Villamaina  (la data non è prestabilita) per rendere il dovuto omaggio ai Santi Giovanni e Paolo. Il percorso è quello antico: da Villamaina per il Ponte di Formulano, per la strada interpoderale fino a San Vito di Torella e poi Girifalco. Una sosta compiono i pellegrini a San Vito, dove c’è una chiesetta dedicata al santo. I pellegrini prima di entrare fanno tre giri intorno alla cappella e quando ne escono, dopo la preghiera, hanno cura di non voltare mai le spalle al santo, camminano cioè all’indietro.

La sera prima del giorno del pellegrinaggio le ragazze di Villamaina sorteggiano quella di loro che dovrà portare la croce (una semplice croce di legno), ma anche le due ragazze che si porranno alla destra e alla sinistra della crocifera.

Si parte dal paese alla sette di mattina e in due o tre ore si raggiunge il boschetto di Girifalco. Si entra in chiesa in ginocchio. La croce di legno viene messa sull’altare e si intonano litanie e canti dedicati ai due martiri.

Dietro la chiesa, nel boschetto di querce, intorno ad una stele funeraria di epoca romana, sormontata da una croce di pietra appostavi in altra epoca, si gira in cerchio, tenendosi per il dito mignolo e pronunziando una antica formula propiziatoria per un buon comparato:

Angino anginiello / compare compariello / compare di S. Giovanni / ti vuoi fa compare avanno?

Viene ripetuta per quattro volte ed altrettante volte bisogna rispondere affermativamente. Compare di San Giovanni è detto il padrino del primo figlio, che era stato anche il testimone delle nozze dei genitori. Per propiziarsi un buon legame di amicizia i giovani tentano di fare un nodo con i rami giunchiformi della ginestra, con la sola mano sinistra tenuta dietro la schiena.

Il pellegrinaggio si conclude con una colazione nel bosco diGirifalco sotto le querce secolari. Quasi sempre, però, la scampagnata viene interrotta dalla pioggia. Che il pellegrinaggio abbia anche lo scopo di ottenere un’abbondante pioggia è possibile; nel linguaggio contadino dire “è n’acqua e maggio” si vuol significare che è accaduto un evento molto favorevole.

Come sia arrivato il culto dei Santi Giovanni e Paolo a Girifalconon ce lo può dire la storia, ma ce lo dice una leggenda, che spiega i motivi del pellegrinaggio degli abitanti di Villamaina, alla chiesa dedicata ai due martiri.

C’era la peste in paese. Si videro passare per la strada due giovani molto belli. Dalle loro vesti e dal modo come camminavano si arguiva che erano figli di nobili romani. Si fermarono alcuni giorni in paese e si recavano spesso nella chiesa semi-cadente di S. Maria di Costantinopoli, in contrada Porta Vecchia di Villamaina. I superstiti dalla peste insieme con i due giovani si riunirono nel bosco di Girifalco; per ritrovare la strada del loro paese lasciarono un segno per terra facendo cadere da un sacco della crusca, che, però, gli uccelli beccarono cancellando del tuttola traccia. Per 40 giorni si aggirarono per il bosco cibandosi di erbe. Quando la pestilenza cessò, i due nobili giovani se ne partirono ordinando ai sopravvissuti di ritornare ogni anno in quel luogo e di edificarvi una chiesa. I due nobili romani erano Giovanni e Paolo.

Le interpretazioni dei nomi di luogo sono discussioni infinite, proprio perché non è facile stabilire un legame tra la lingua, il tempo e il luogo in cui un toponimo si manifesta per la prima volta. Così è avvenuto anche per Girifalco. Con questo nome ci sono almeno tre comuni in Italia, dalle Marche alla Toscana e alla Calabria. Per la Girifalco calabrese il prof. Giovanni Alessio, per molti anni docente di glottologia nell’Università di Napoli, in un saggio di toponomastica del 1939, proponeva la derivazione dal Kurios-Falcos equivalente del latino Dominus Falcus, quindi dal nome di un personaggio a quello del luogo. E ancor prima il Tommaseo faceva derivare la parola girifalco dal greco ierax, che vuol dire sparviero e da falco latino: cioè una tautologia, una ripetizione dello stesso termine in due lingue diverse. Oggi si propende a ricercare l’origine del nome, che è quello del ben noto uccello rapace, dall’antico-alto-tedesco gîr “avvoltoio” più il latino falco,-nis. I Normanni e gli Svevi vollero con il nome di un rapace delle terre del nord Europa, uno status simbol ai loro tempi, dare un segno di nobiltà ad un luogo che doveva in qualche modo ricordare l’ambiente delle foreste dei loro paesi di origine.

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