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Quando il Quotidiano sarà in edicola, contrariamente a quando è stato scritto, si conosce già l’esito del Referendum. Sia che hanno vinto i SI, sia che hanno vinto i NO i problemi, che affliggono il nostro Paese e che si sono aggravati in questi ultimi mesi di inattività governativa, restano tutti sul tappeto e ad essi bisognerebbe mettere mano con spirito costruttivo senza nasconderne la complessità. Il referendum non ha riguardato – checché se ne sia detto in questa avvelenata campagna referendaria- né Renzi né il suo governo. Che dovrebbe andare avanti comunque sia stato l’esito, perché ha una maggioranza e un programma. Un fatto è certo: il paese è spaccato in due e la campagna “elettorale” astiosa e intossicata – una delle peggiori di tutta la storia repubblicana – ha contribuito a far crescere un malessere già molto diffuso, un esercizio di delegittimazione dell’avversario, uno sfarinamento del tessuto connettivo. E’ da qui che bisogna ricominciare se si vuol far ripartire il Paese Nessuna resa dei conti, nessuna vendetta, nessuna purga nel partito democratico e, soprattutto, nessuna scissione. La sinistra ha assoluto bisogno di ritrovare se stessa e Renzi di intestare a suo merito un’opera di ricucitura, cambiando metodi e rapporti con gli avversari interni e smettendola di fare sempre l’arrogante primo della classe. Siamo, purtroppo, in una crisi di sistema e non se ne esce se la politica non riscopre i valori del passato ed i partiti la loro vera funzione di essere portatori di idee e progetti e non difesa di interessi particolari né di mera gestione del potere. Si vada, quindi a ricominciare a partire dalla riscrittura della legge elettorale. L’accordo nel PD (sottoscritto da Guerini, Orfini, Zanda, Rosato e Cuperlo) è un buon accordo che si può condividere se se ne rispettano i principi enunciati. La nuova legge elettorale dovrebbe assicurare un equilibrio tra governabilità e rappresentanza. Facile a dirsi ma più difficile a tradirsi in realtà. Si dovrebbero prevedere collegi elettorali uninominali, magari con il sistema del doppio turno che dovrebbero riguardare il 75% degli eletti; l’altro 25% potrebbe essere eletto con il proporzionale escludendo i partiti che non superano una quota minima almeno del 5%. Il premio di governabilità, alla coalizione o alla lista, dovrebbe essere modesto. Sulla riscrittura della muova legge elettorale bisognerebbe ricercare il consenso più ampio possibile a prescindere da quello che vorrà fare Grillo. Su tutte le leggi bisognerebbe ricercare il massimo consenso, facendole discutere liberamente in Parlamento e non facendole approvare a scatola chiusa anche quando – e capita spesso- sono scritte talmente male che la Consulta le boccia. Infine bisognerebbe mettere mano alle vere riforme di struttura che investono l’economia, la difesa dei lavoratori e degli imprenditori seri con la difesa del Made in Italy che dovrebbe essere perseguito con ogni mezzo possibile, compresa la non accettazione di regole europee che ci penalizzano. Al rilancio del turismo, della cultura, delle bellezze del territorio (i nostri Musei, la bellezza delle nostre città, i nostri monumenti non hanno pari nel mondo), dal quale potremmo ricavare ricchezze importanti, dovrebbe essere data priorità e assicurati investimenti. Ma soprattutto, occorre ripeterlo fino alla noia, bisognerebbe perseguire le ragioni dell’unione a quelle della divisione e combattere i due populismi di Grillo e Salvini non con un altro populismo, anch’esso odioso, ma con argomentazioni serie e convincenti. E infine la sinistra ritrovi sé stessa e, invece di continuare e lacerarsi persegua, con decisione e coerenza, l’obbiettivo di stare insieme e di difendere i principi della solidarietà e di una più equa redistribuzione delle ricchezze, perché nel mondo (come scrive Bauman nel suo recente opuscolo “Stranieri alle porte” Laterza 2016) c’è ancora voglia di socialismo.
edito dal Quotidiano del Sud

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