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Il caso: detenuto attesa di giudizio è in coma, ma è ancora agli arresti

 

Un giovane romano, Stefano Crescenzi, di anni 37, è detenuto in custodia cautelare in quanto condannato alla pena di anni 23 di reclusione dalla Corte di Assise di Roma presieduta dal Giudice dott. ssa Anna Argento, ed è in atteso del giudizio di appello.

Il reato è quello dell’omicidio di Giuseppe Cordaro avvenuto in Roma alla via Aquaroni, zona Tor Bella Monaca il 30 marzo dell’anno 2013.

Negli ultimi giorni, a causa delle sue gravi condizioni di salute dovute e connesse al rifiuto di alimentarsi, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha ritenuto che Crescenzi non potesse rimanere presso un ordinario istituto penitenziario ed ha deciso il suo trasferimento dalla casa circondariale di Livorno presso il centro clinico della casa circondariale di Napoli – Secondigliano .

A spiegare la circostanza, l’avvocato Dario Vannetiello:

"Subito, i sanitari del centro clinico di Napoli – Secondigliano si sono resi conto che non avrebbero potuto apprestare le cure al detenuto, le cui condizioni peggioravano .

Così, la direzione sanitaria del penitenziario partenopeo ha deciso il trasferimento all’Ospedale Cardarelli di Napoli, e, di lì, trasferito, infine, in condizioni a dir poco preoccupanti, all’ Ospedale Don Bosco di Napoli.

Le condizioni del detenuto sono ancora di più precipitate tanto da portare il difensore di Crescenzi, l’avvocato Dario Vannetiello del Foro di Napoli, nel pomeriggio del 19 ottobre a chiedere alla Corte di Assise di Roma di revocare immediatamente la misura cautelare, o adottare urgentemente una decisione che consentisse al detenuto di ricevere le cure adeguate in un centro specializzato, da individuarsi da parte della Corte o da parte dei familiari.

Il detenuto era ed è a rischio di morte improvvisa.

Ora il detenuto è addirittura arrivato in coma, morirà se non verranno effettuati i giusti interventi e le opportune cure.

La urgentissima richiesta formulata dall’avvocato ancora non riceve risposta.

In tali provate condizioni, a prescindere dagli accertamenti del caso, la decisione deve esser assunta con la immediatezza che il caso impone, così come l’avvocato Vannetiello pretende .

Ognuno ha diritto di non morire, ivi compreso un uomo in stato di detenzione, a maggior ragione quando non è stato neppure condannato definitivamente.

Vi è la presunzione di innocenza dei cittadini sino alla decisione definitiva di condanna .

La legge, giustamente, prevede che un uomo può essere sottoposto a carcerazione preventiva, quindi prima della sentenza definitiva, ma devono ricorrere le esigenze cautelari che sono quelle del pericolo di inquinamento delle prove, di fuga e di reiterazione del reato.

Nel presente caso il pericolo di inquinamento delle prove è superato dalla avvenuta conclusione del processo di primo grado.

Mentre il pericolo di fuga e quello di reiterazione è escluso in radice dall’essere il detenuto in coma, in fin di vita.

Allora perché la Corte di Assise di Roma non ha deciso subito ?

Cosa i giudici aspettano ?

C’è mezzo la vita di un uomo, un presunto innocente.

La mamma del detenuto ed i familiari tutti chiedono solo di non farlo morire, poi, se Crescenzi ha sbagliato, pagherà il suo conto con lo Stato .

Ma adesso lo Stato, e gli uomini che lo rappresentano, cioè i Giudici della Corte di Assise di Roma lo devono proteggere.

La detenzione non deve mai essere disumana, come le decisioni di chi rappresenta lo Stato, le quali non possono in casi simili arrivare in ritardo .

E poi, come potrebbe un moribondo in coma (attualmente è intubato, con ventilazione assistista ed ha perso conoscenza ) con prognosi estremamente riservata, darsi alla fuga o commettere reati ?

I familiari di Crescenzi hanno o non hanno il diritto di decidere loro dove e come e chi deve cercare di salvare Stefano ?

Qualora i medici dell’ospedale dove per legge è stato portato (e che non sono stati scelti né da detenuto , nè dai familiari) hanno riferito che il detenuto è talmente grave tale da non poter essere trasportato altrove, allora come è possibile che non viene revocata la carcerazione preventiva ?

Spesso ci si dimentica che dietro un nome ed un cognome, non c’è un numero, ma un uomo, come ci sono i familiari, i quali, spesso, non hanno neppure compiuto un’ illegalità, ma che subiscono quello che, in questi tragici momenti, nessun uomo non dovrebbe subire, tantomeno da chi rappresenta la Giustizia .

Tutto quello che accadendo è inaccettabile" .









 

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