Una campagna elettorale non sorprendente. Almeno fino ad oggi un confronto pacato.
Che “la legge è eguale per tutti” non c’è bisogno di ricordarlo. Qualche volta il voto si decide per pregiudizio ed emotività, però sono sempre meglio le idee.
Neppure è tollerabile minimizzare: qualche volta si sbaglia. Bon ton, programmi a gogo, libera riflessione comune per buone proposte o pessime. Le idee basta declamarle bene e con garbo, senza troppa demagogia e con una bella immagine che non sia retorica populista. Altrimenti è stucchevole e controproducente. Lo sanno i candidati, alcuni meglio di altri.
Antonio Gengaro si concentra sul programma: il centrosinistra è l’unica formazione elettorale ad averne uno, ripete il candidato. E’ il minimo sindacale. La partecipazione è la parola d’ordine. Passano poi altri concetti semplici, chiari, segnacoli della popolarità.
Laura Nargi si ricandida perché così vuole la gente. Il cuore di Avellino è il simbolo del suo impegno politico, dice l’ex vice sindaca. Che altro aggiungere? Basterebbe questo. La numero due di Gianluca Festa ci mette le piantine da regalare durante gli incontri: sono il simbolo di Avellino che rifiorisce.
Tanti appelli ai giovani: è uno dei mood delle uscite della pattuglia dei sette aspiranti sindaci. Perché è tutto nelle mani delle nuove generazioni.
Modestino Iandoli alimenta la fiamma tricolore mostrando una foto insieme a Giorgia Meloni. Lei lo ha voluto candidato di Fratelli d’Italia. Niente civismo a Destra, su questo non si discute. Ci vuole coraggio. Niente civismo per i moderati di Gennaro Romei, candidato dell’Udc. Il simbolo è forza. Credere nei valori, afferma.
Va bene risponde Rino Genovese, civico genuino che dismessi i panni del giornalista sorride ammaliante e politicamente seducente.
Riunisce i candidati delle sue cinque liste per proclamare la passione per la sua città e aprire il Gate, il cancello del futuro di Avellino. Giovani, ambiente, territorio, economia, tutto nasce da un sondaggio. L’appello è ad unire le forze per i figli e per l’amata Avellino. Genovese dice di essere il nuovo che avanza.
Forse è una gara a chi ama di più. E’ chiaro che tutti i candidati amano la città. Ma c’è da convincere gli avellinesi che l’amore è sincero e si declina in un impegno solenne a mettere in pratica il sentimento. Non è che i cittadini ci credano subito.
Di formule sbilenche che infantilizzano l’elettore facendone suddito ce ne sono sin troppe. Nessuno ci casca più, è fiato sprecato. Cinicamente si sa che pragmaticamente è l’apparato politico che porta voti attraverso la preferenza spesso fidelizzata alla clientela, alla conoscenza interessata.
Non ci sarebbe neppure bisogno di troppi slogan e social media, post e video. L’uscita pubblica è questione di forma, è un copione da rispettare, non è perdita di tempo. Non può funzionare il voto in streaming. Baci e abbracci non si possono evitare. Scassinare emozioni è a volte possibile.
La campagna elettorale non si può abolire e la democrazia e la pubblica opinione vanno rispettate. Senza sceneggiate.
Ognuno si presta, non si sa mai. Di sicura riuscita è il porta a porta. Assecondare un parente, due amici o conoscenti è l’unica cosa che importa. E anche il voto disgiunto può andare bene: l’elettore si fa in due, massimizza il profitto. E’ la politica.
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Antonio Picariello
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