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La corruzione politica in Italia

 

Tra gli ultimi, prima l’arresto del presidente del PD di Napoli, poi quello del sindaco di Lodi e, infine, la condanna, in primo grado, a tre anni per evasione fiscale inflitta all’ex governatore della Sardegna, nonché segretario regionale, fanno della questione morale del partito di Renzi e del suo governo una questione tremendamente seria e grave alla quale non si può più sfuggire con la solita tecnica della “distrazione di massa” favorita da certa stampa e televisione. La corruzione politica in Italia è una vecchia storia, neanche scalfita da tangentopoli e dal conseguente furore popolare. Anzi si è aggravata se – come sostiene Davigo – “I politici non hanno smesso di rubare, hanno solo smesso di vergognarsi”. Per Zagrebelsky la questione morale è istituzionale perché connaturata al sistema. La corruzione politica è un cancro che mina il sistema economico distorcendolo; svuota la democrazia sottraendo, di fatto, al popolo di poter scegliere liberamente i propri rappresentanti. Tutta la politica, anche quella buona ne rimane contaminata ed uccisa. Berlinguer l’aveva capito tanti anni fa ma da allora non si è fatto nulla o quasi perché non si è voluto affondare il coltello nella piaga né fare quelle riforme strutturali, in grado di fare dell’Italia una moderna democrazia, civile ed in grado di stare in un mercato senza condizionamenti. Solo parole ed ipocriti propositi. Le prime non bastano e dei secondi sono lastricate le strade dell’inferno. La corruzione politica, che pure è presente in tutti i sistemi politici ed, in un certo senso, è fisiologica se si mantiene in limiti tollerabili, tanto da far dire a qualcuno che, talvolta, potrebbe essere addirittura funzionale allo sviluppo se accelera le pratiche e le decisioni di una burocrazia lenta ed inefficiente, da noi è endemica perché è la fonte del consolidamento del potere e del procacciamento di utili e del consenso elettorale. E’ endemica perché il potere è diffuso al centro ed in periferia ed è associata, oggi, anche nell’Italia settentrionale, ad una imprenditoria assistita e funzionale alla politica ed in moltissimi casi persino alla criminalità organizzata. Corrompe i costumi, i valori, i comportamenti, le aspettative, la cultura politica; non semplifica le procedure amministrative, anzi le complica e le aggrava con la complicità di un management sottomesso per carrierismo o tornaconto personale. Impone costi enormi al bilancio dello Stato sottraendoli agli investimenti produttivi. Al punto in cui siamo arrivati (siamo al 69° posto tra le nazioni più virtuose!) la corruzione non può essere debellata con palliativi, rimedi estemporanei, aggravamenti di pene o allungamenti della prescrizione. Tutte riforme a parole che si vogliono fare – paradosso della storia – con Alfano e Verdini; mettendo il bavaglio alla stampa e attaccando i magistrati che indagano e, invece di darsi un codice etico sul principio costituzionale della “disciplina ed onore” nel servire lo Stato, ripetono, fino alla noia, che in Italia si è innocenti fino a sentenza definitiva, sapendo che quasi mai ci si arriva. Occorrerebbe, invece, mettere mano alla separazione del potere politico (indicazione degli obbiettivi e programmazione) da quello della mera gestione amministrativa della cosa pubblica, che finisce con il creare una distorsione del mercato. Non si vuole separare la decisione amministrativa da quella politica, rendere autonoma la burocrazia, abbandonare il sistema delle nomine, disinteressarsi degli appalti, garantire trasparenza. Occorrerebbero riforme strutturali sul sistema giudiziario – altro che limiti di durata del processo per legge: occorrerebbe sospendere la prescrizione almeno dopo la sentenza di primo grado se non al rinvio a giudizio. Renzi è in grado di fare queste cose? Le parole e le promesse non bastano più: i cittadini cominciano ad accorgersene!
edito dal Quotidiano del Sud

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