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Al mare sì, ma solo dopo il voto

 

Lo dico in premessa: oggi si va alle urne. Si vota per far battere il quorum . Ed io credo che il mio sì sia solo un granellino di una straordinaria valanga, in un Paese che ama e vuol difendere il suo mare e cambiare le logiche dello sfruttamento delle risorse. Mi sono chiesto, in particolare in questi mesi, perché Matteo Renzi, premier e segretario nazionale del Pd, abbia inteso scoraggiare la partecipazione alle urne, in occasione del referendum per lo sfruttamento delle risorse petrolifere. Il suo mi è sembrato, in realtà, un atteggiamento sinusoidale nel senso che mentre da una parte egli si sforza di consegnare l’immagine di un Paese del fare, dall’altra non risparmia scelte antipopolari che penalizzano le aspirazioni delle comunità. Mai il premier si era così esposto nella difesa di interessi forti tanto da farne una vera e propria crociata. Con un’aggravante: la mancanza di spiegazione del suo atteggiamento decisionista e contraddittorio allo stesso tempo. Il suo primo errore, a mio avviso, è di aver caricato di significato politico e personale il voto referendario. Di ritenere, cioè, che dal risultato può emergere una probabile bocciatura del suo governo. Il che non è, perché la materia del contendere va ben oltre la politica tout court e interessa la risorsa energetica del Paese e, soprattutto, del Mezzogiorno.

Sono convinto che, mai come in questa occasione, il cittadino è arbitro del futuro nella difesa dell’ambiente. Lo è perché la sua decisione è rilevante politicamente nel contrastare il passo a chi intende, in nome dello sfruttamento delle risorse, riaffermare il proprio dominio anche, e direi soprattutto, in riferimento alla salute. Si pensi solo per un attimo alle tante morti per cause ambientali. Come non ricordare lo scempio del Petrolchimico di Taranto, l’invasione delle fibre di amianto nelle nostre città e paesi, la devastazione dei fiumi e la massiccia speculazione edilizia che hanno avuto corso legale nel Belpaese e, soprattutto, nel Mezzogiorno? Quella di Renzi diventa dunque una scelta di campo che piace tanto a Marchionne e al ruvido capitalismo italiano, ma è, decisamente, contro gli interessi delle comunità. Oggi è una giornata particolare per la nostra fragile democrazia. E’ il giorno in cui la partecipazione alle urne si sostanzia dando valore alla volontà popolare. Andare a votare diventa un obbligo morale, rinunciarvi è abdicare ad un sacrosanto diritto-dovere. Entrare in cabina, non quella del mare primaverile come in tanti consigliano, significa esprimere il desiderio di contribuire a innovare questo Paese, a difenderlo dalle violenze subite dal territorio. Per tutto questo, e altro ancora, oggi è necessario andare a votare, esercitando quel diritto-dovere costituzionale che è il fondamento della democrazia partecipativa. E bisogna votare perché il quorum previsto per la validità del quesito referendario è il primo traguardo da raggiungere. Né mi convince quanto è stato affermato in queste ore dai rappresentanti di quei poteri forti i quali, usando metodi terroristici, ammoniscono che l’esaurirsi della risorsa petrolio equivarrebbe alla condanna della stessa vita degli abitanti della terra. Pericoloso è anche il monito del premier Renzi, allorché egli coniuga lo sfruttamento della risorsa petrolio con il crollo dell’occupazione nel settore. E la salute? E i danni conseguenti a questa attività? Non è forse quasi blasfemo indicare nella perdita dei posti di lavoro la necessità della continuazione dello sfruttamento delle risorse, la cui utilizzazione dovrebbe rientrare in una programmazione più oggettiva e oculata?

Un discorso a parte va fatto per le aree meridionali. Qui è in atto un disegno di scempio ambientale senza precedenti. Quello che è accaduto in Basilicata deve fare riflettere sul rapporto posti di lavoro- estrazione della materia prima- mazzette e tangenti che, in alcuni casi, non hanno risparmiato le stesse Istituzioni. Proprio per questo le battaglie coraggiose degli ambientalisti hanno avuto il merito di porre un argine alla malagestione dello sfruttamento degli idrocarburi. Nessuno vuole essere contro lo sviluppo ma esso non può essere usato come arma micidiale contro la salute dei cittadini. E nel Sud d’Italia lo è ancora di più dopo l’acquisizione della consapevolezza che il meridione non è solo spaghetti-pizza e vacanze, ma terra di violenza ambientale, di nuova conquista di territori un tempo dimenticati, come dimostrano i parchi eolici che sono il grande affare degli anni a venire. Anche qui la difesa ad oltranza di interessi forti e speculativi non tiene conto dei pericoli insiti nello sfruttamento del vento. C’è un estremo tentativo di porvi rimedio attraverso una legislazione che riporti ordine nel settore, ma le ambizioni e i veicoli di corruzione, come alcuni fatti hanno ampiamente dimostrato, sono pronti dietro l’angolo.

Il problema è molto avvertito in Irpinia, dove da qualche anno la battaglia e la mobilitazione dei NoTriv ha assunto una valenza significativa, supplendo anche alle deficienze delle forze politiche e sociali che sono apparse ambigue nel loro atteggiamento, a volte qualunquista. Ma il seme è stato gettato ed oggi l’Irpinia, nella sua totalità, di città, paesi e borghi è chiamata a dare una grande prova di responsabilità. Qui si sta consumando una delle più grandi offese al territorio, si sta barattando il lavoro con il pericolo della vita, si sta usando la politica come strumento di induzione all’indifferenza. Qui, ora e subito, oggi, bisogna reagire, bisogna sfatare il luogo comune del lamento. Qui occorre dare il proprio contributo, far funzionare la democrazia. Qui, ora e subito, oggi, bisogna far battere il quorum oltre il cinquanta per cento. Lo spero. Ci credo.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa

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