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San Sebastiano e le pie donne, la tela di Luca Giordano in mostra al Polo Giovani

Dal reading teatrale alla lezione accademica. La manifestazione, per iniziativa del Vescovo di Avellino Mons. Arturo Aiello, è promossa dalla Fondazione De Chiara De Maio,

Un viaggio tra arte e fede promosso dalla Fondazione De Maio e dalla diocesi di Avellino. Venerdì 24 gennaio, alle ore 17.30, nell’Auditorium Polo Giovani di Avellino in via Morelli e Silvati sarà esposto eccezionalmente e solo per detta data il dipinto di Luca Giordano San Sebastiano e le pie donne della metà del Seicento (ingresso gratuito).  tela, di grandi dimensioni, risente della rivoluzione caravaggesca di quasi mezzo secolo prima ma anche dell’apprendistato presso de Ribera.

Alle ore 19.30 seguirà l’evento, tra il reading teatrale e la lezione accademica, “San Sebastiano e le pie donne. La sofferenza e la misericordia”. Le letture, dalle fonti agiografiche e dalla letteratura ottocentesca, sono di Gigi Savoia – attore e regista, e direttore artistico nel territorio avellinese di Cesinali del Teatro d’Europa – e di Angela Caterina. L’analisi del dipinto è a cura di Vincenzo De Luca, storico dell’arte. Previsto l’accompagnamento musicale degli Emian.

La manifestazione, per iniziativa del Vescovo di Avellino Mons. Arturo Aiello, è promossa dalla Fondazione De Chiara De Maio, presieduta da Diodato De Maio, della cui collezione d’arte il dipinto fa parte. Il capolavoro è stato in passato già esposto in diversi musei e in varie mostre e ha una ricca bibliografia. Molte delle pubblicazioni sul dipinto sono curate da Vincenzo De Luca.

Note al dipinto

Sebastiano è il santo più rappresentato in pittura, soprattutto durante la lunga stagione rinascimentale. Vissuto nel terzo secolo, era capitano delle guardie dell’imperatore Diocleziano e fu difensore dei cristiani, compiendo anche miracoli, come ridare la voce a una donna muta da anni. Scoperto dall’imperatore a difendere il nuovo credo, fu condannato a morte, denudato, legato a un palo sul colle Palatino e appunto trafitto, per mano di soldati suoi commilitoni, da tante frecce da farlo sembrare un riccio con gli aculei eretti. Tradizione vuole che una pia donna di nome Irene, volendo recuperare il corpo per garantirne una degna sepoltura, si sia accorta che il giovane trafitto dalle frecce non era morto. Curato da Irene (anche per questo gesto poi santificata) e guarito, riprese testardamente la sua attività a difesa dei cristiani. L’imperatore Diocleziano lo condannò a morte di nuovo, questa volta mediante fustigazione, facendo gettare il corpo morto nella Cloaca Maxima. Era l’anno 304.

Il proliferare di tale soggetto nella pittura dal Quattrocento al Seicento è nell’accostamento tra il santo e la peste. Se le frecce scagliate simboleggiano il flagello di dio, cioè la peste, contro l’umanità peccatrice, Sebastiano che sopravvive incarna la fine dell’epidemia e l’umanità redenta.

L’olio su tela di Luca Giordano rappresenta una rarità, per la presenza delle due donne, Irene e la sua serva. Irene è l’anello mancante della storia; il maleficio della freccia (il flagello di Dio) scagliata sull’umanità che soffre (san Sebastiano) è annullato dall’umanità che allevia l’altrui dolore (appunto Irene).

A un livello maggiore di astrazione Sebastiano e Irene sembrano incarnare due alter ego di Cristo e di Maria, lui che persevera nella missione fino al patimento e alla morte, lei figura defilata ma necessaria che soccorre e salva.

L’azione di Irene è congelata un attimo prima di estrarre la freccia dall’ascella, immobili sono il martire e la pia donna sullo sfondo (la serva di Irene) che, con l’unguento medicamentoso in mano, attende di entrare in scena per completare con le proprie cure l’opera misericordiosa di Irene.

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