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Nasce la Scuola di Educazione Politica, diretta da Franco Vittoria: un nuovo orizzonte per la democrazia e la classe dirigente

Di Rosa Bianco

Stamattina nella prestigiosa cornice di San Pietro a Cesarano, nel cuore di Mugnano del Cardinale (Avellino), ha avuto luogo l’inaugurazione della Scuola di Educazione Politica, un’iniziativa di straordinaria portata culturale e formativa, con la Direzione Scientifica del Prof. Franco Vittoria dell’Università Federico II di Napoli. Questo ambizioso progetto segna un momento di grande rilevanza valoriale, rispondendo con determinazione a una delle urgenze più impellenti del nostro tempo: formare cittadini consapevoli e classi dirigenti all’altezza delle sfide della modernità.

La giornata, come da programma, si è articolata in tre momenti:

1- la Presentazione della Scuola da parte del prof. Franco Vittoria, docente di Storia delle Istituzioni politiche all’Università Federico II e Direttore scientifico della Scuola:

2- Lectio Magistralis del Prof Luciano Violante, già Presidente della Camera dei Deputati;

3- Lezione del prof . Vittorio Amato, Direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell’ Università Federico II di Napoli.

Presentazione del prof . Franco Vittoria

Il Prof. Franco Vittoria ha illustrato la missione della Scuola di Educazione Politica ambiziosa, ma necessaria: restituire alla politica la sua dimensione etica e civile.

La politica non può essere confinata a una tecnica priva di valori o a una retorica vuota di senso. Deve tornare a essere, prima di tutto, educazione alla responsabilità. Questo significa formare cittadini capaci di leggere criticamente la realtà, di partecipare attivamente alla vita pubblica e di costruire il bene comune con consapevolezza.

La Scuola di Educazione Politica nasce con questo obiettivo: non limitarsi a trasmettere conoscenze, ma offrire strumenti di interpretazione e di azione. In un’epoca segnata dalla frammentazione sociale e dalla crisi della rappresentanza, è essenziale ricostruire “luoghi” di confronto e di pensiero, vere e proprie “comunità pensanti”, in cui il sapere politico non sia un privilegio di pochi, ma un patrimonio condiviso.

È una sfida culturale e democratica: senza un popolo formato, la democrazia si svuota e la politica diventa dominio di élite scollegate dai bisogni reali. Recuperare il senso alto della politica significa dunque investire nella formazione, nella consapevolezza e nella partecipazione. Solo così sarà possibile costruire un futuro in cui il potere torni a essere servizio e la politica ritorni a essere -come diceva Aristotele – la più alta forma di etica collettiva.

Democrazia, Istituzioni e Classi Dirigenti: la Lectio Magistralis di Luciano Violante

Il declino della rappresentanza e l’ascesa della democrazia del leader

Il prof. Luciano Violante ha tenuto una lectio magistralis di straordinaria profondità sul tema “Democrazia, istituzioni e classi dirigenti”. Il suo intervento ha toccato le corde più sensibili della crisi della politica contemporanea, mettendo in luce il mutamento del ruolo della classe dirigente e il pericolo di una democrazia svuotata di rappresentanza e partecipazione.

Uno dei punti centrali della riflessione di Violante ha riguardato il mutamento storico del concetto di classe dirigente, che si è allontanato dalla tradizione filosofico-politica classica. Se sant’Agostino, nel De Civitate Dei, disegnava un modello in cui la classe dirigente aveva un ruolo di guida etica e spirituale, oggi assistiamo a una moltiplicazione incontrollata dei centri di potere e delle forme di influenza. Più della metà dell’umanità è interconnessa digitalmente, ma questa interconnessione non ha prodotto una vera comunità pensante. Al contrario, ha favorito l’emergere di una classe dirigente che non si forma sulla competenza, ma sulla somiglianza con il leader.

Dalla democrazia rappresentativa alla democrazia del leader

Violante ha ripreso la critica, che Tucidide rivolgeva alla democrazia diretta di Pericle: sebbene formalmente fosse un governo del popolo, in realtà si trattava del dominio di un solo uomo. Un’affermazione che oggi appare profetica. La democrazia contemporanea non è più fondata sulla rappresentanza, bensì sull’identificazione diretta con il leader. Non c’è più un rapporto dialettico tra cittadini e classe dirigente, non vi è più un patto sociale mediato da istituzioni e partiti.

Si è affermata una democrazia del leader, in cui il leader è un’entità solitaria e narcisista, non più espressione di un pensiero collettivo, ma incarnazione di un bisogno di identificazione da parte dell’elettorato. L’elettore non sceglie più sulla base di un progetto politico o di una visione del mondo, ma sulla base di un’adesione quasi estetica e psicologica alla figura del leader.

L’assenza di idee e il crollo delle ideologie

Nel discorso di Violante emerge con forza un altro aspetto essenziale: l’assenza di idee e il tramonto delle ideologie. La politica, che per secoli si è nutrita di visioni del mondo contrapposte, oggi si svuota di contenuti e si appiattisce sulla spettacolarizzazione del leader. Non si formano più classi dirigenti capaci di pensare e progettare il futuro: i politici non condividono più esperienze e responsabilità, ma si limitano ad ascendere al vertice, cercando di modellarsi sull’immagine del capo.

La differenza rispetto al passato è nella disumanità del potere attuale. Se un tempo la politica era il luogo del confronto, del conflitto tra idee e della costruzione collettiva, oggi è diventata una vetrina di leader egocentrici, privi di un vero legame con la società. Non esiste più una comunità pensante, non si genera una classe dirigente sulla base della competenza, ma solo della capacità di rispecchiare i desideri e le emozioni dell’elettorato.

Le sette virtù politiche e il recupero della responsabilità

Tuttavia, Violante non si è limitato alla diagnosi del problema. Ha offerto anche una traccia per la ricostruzione di una classe dirigente all’altezza delle sfide contemporanee. Ha parlato delle sette virtù politiche che dovrebbero guidare chiunque ricopra un ruolo di responsabilità pubblica. Virtù che riguardano la gestione dei rapporti con i collaboratori e la capacità di costruire un’azione politica non basata sull’improvvisazione, ma sulla visione e sulla competenza.

La democrazia, ha ricordato Violante, non può sopravvivere senza una classe dirigente formata, responsabile e consapevole. E questa classe dirigente non può essere il prodotto di un semplice gioco di somiglianze, ma deve emergere da un percorso di costruzione collettiva. Serve una nuova comunità pensante, capace di generare leadership autentiche, non basate sul narcisismo e sulla solitudine, ma sulla capacità di rappresentare realmente il bene comune.

Ritrovare il senso della politica

Il messaggio finale della lectio magistralis di Luciano Violante è stato un monito severo, ma anche un invito alla riflessione e all’azione. La crisi della democrazia non è un destino inevitabile: può essere contrastata solo se si ricostruisce un tessuto politico fondato sulla competenza, sulla responsabilità e sulla condivisione delle idee. Oggi, più che mai, è necessario riscoprire il senso autentico della politica, come spazio di partecipazione, confronto e progettazione del futuro. Solo così la democrazia potrà tornare ad essere quello che dovrebbe essere: il governo della comunità!

Globalizzazione e populismi: la lezione del prof. Vittorio Amato

Il professor Vittorio Amato ha offerto una lezione di straordinaria profondità analitica su uno dei grandi dilemmi del nostro tempo: il rapporto tra globalizzazione e populismi. Un intreccio che affonda le sue radici nel 1989, anno spartiacque della storia contemporanea, quando il crollo del Muro di Berlino segnò la fine della divisione del mondo in due blocchi ideologici.

Il tramonto dell’URSS e il nuovo ordine globale

La fine della Guerra Fredda non fu un evento improvviso, ma il risultato di un processo accelerato dalle riforme di Michail Gorbaciov, la perestrojka e la glasnost. Il tentativo di ristrutturare l’economia sovietica e aprire la società a una maggiore trasparenza si rivelò un boomerang: invece di rafforzare l’URSS, queste riforme ne accelerarono la disgregazione. Il principio della mutua distruzione assicurata, che aveva congelato il conflitto tra le due superpotenze nel secondo dopoguerra, venne soppiantato da un nuovo assetto: l’egemonia del modello occidentale e l’affermazione della globalizzazione economica su scala planetaria.

Con la fine dell’Unione Sovietica, l’economia mondiale imboccò una direzione ben precisa: il neoliberismo, un paradigma economico basato su privatizzazioni, deregolamentazione e riduzione del ruolo dello Stato. Il decalogo neoliberista divenne la bussola delle politiche economiche globali, promuovendo una crescita economica senza confini ma generando anche profonde disuguaglianze tra regioni e classi sociali.

La Cina e il “comunismo di mercato”

Se il modello sovietico si dissolse, un altro grande attore riuscì invece a reinventarsi: la Cina. Adottando un modello ibrido di “comunismo di mercato”, Pechino ha mantenuto un controllo statale forte sulle leve strategiche dell’economia, ma ha permesso l’inserimento di meccanismi capitalistici. Il risultato è stato un’ascesa economica senza precedenti, che ha trasformato il Paese nella seconda potenza mondiale. La Cina ha dimostrato che la globalizzazione non è solo occidentale, ma può essere declinata secondo schemi politici diversi.

Populismi: il rovescio della medaglia

Ma la globalizzazione non è stata priva di contraccolpi. Se da un lato ha creato opportunità, dall’altro ha generato paure e insicurezze, terreno fertile per l’avanzata dei populismi. Il professor Amato ha sottolineato come il populismo non sia un fenomeno globale, ma piuttosto territoriale e regionale, manifestandosi in modo specifico in quei Paesi e in quelle aree più esposte agli shock economici e sociali della globalizzazione.

Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, il populismo si è manifestato rispettivamente con la presidenza Trump e la Brexit, reazioni dirette alla perdita di posti di lavoro e alla percezione di un’eccessiva apertura economica. In Francia, Austria e nell’ex Germania dell’Est, il malcontento sociale ha alimentato movimenti sovranisti e anti-immigrazione. In Italia, il populismo ha trovato terreno fertile in un contesto di stagnazione economica e crisi della rappresentanza politica.

Il denominatore comune? La recessione economica. Dove il benessere vacilla, il populismo attecchisce, sfruttando due potenti leve emotive: la paura della globalizzazione e il timore dell’emigrazione. In un mondo sempre più interconnesso, il populismo si presenta come una risposta identitaria e protezionista alle incertezze del presente.

La sfida del futuro

La lezione di oggi offre uno spunto di riflessione profondo: la globalizzazione ha generato straordinarie opportunità, ma anche profonde fratture sociali. Il populismo è una reazione passeggera o una nuova costante del panorama politico mondiale?

La grande sfida sarà trovare un equilibrio tra le spinte dell’economia globale e la necessità di garantire stabilità sociale, evitando che le tensioni economiche si traducano in fratture politiche irreparabili. In gioco non c’è solo la tenuta delle democrazie occidentali, ma il futuro stesso dell’ordine mondiale.

Conclusioni

L’inaugurazione della Scuola di Educazione Politica segna un passo importante per formare una classe dirigente consapevole e responsabile. Il prof. Franco Vittoria, Luciano Violante e Vittorio Amato hanno sottolineato la necessità di riscoprire la politica come strumento di valore e partecipazione, capace di rispondere alle sfide della globalizzazione, del populismo e della crisi della rappresentanza. Solo una politica fondata su competenza e responsabilità può rilanciare la democrazia e il bene comune.

 

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