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Una vita che non doveva essere

Di Annarita Rafaniello 

Corifea  Rivela tutto, grida il tuo racconto…

Prometeo  Il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore.

«Les comunico que mi abuelo murió», in italiano, «vi comunico che è morto mio nonno».

Con queste parole, la settimana appena trascorsa, il nipote Tomás ha annunciato la scomparsa del nonno, Francisco Wichter, l’ultimo sopravvissuto della “Lista di Schindler”.

Nato in Polonia nel luglio del 1926, da una famiglia di umili origini, Francisco Witcher assistette impotente alla morte dei genitori e dei suoi cinque fratelli, vittime della morsa implacabile della tortura nazista.

Aveva novantanove anni e tutti lo conoscevano come l’operaio numero 371, che, alla fine del Secondo conflitto mondiale, emigrò in Argentina per cercare di rinascere a nuova vita. Al suo fianco, la moglie Hinda, anch’ella reduce dell’orrore dell’Olocausto.

“Dovevo iniziare la scuola il 1° settembre. Volevo iniziare la scuola, ma era il 1939. Hitler invase il mio paese e il mondo entrò in guerra. In quei giorni avevo l’età in cui, secondo il rito ebraico, si celebra la cerimonia del Bar Mitzvah. Sono i tredici anni, il momento in cui i giovani diventano responsabili delle proprie azioni. Ma nel mio caso non fu solo la legge ebraica a farmi diventare adulto, ma l’atrocità della guerra che mi spinse senza preavviso in una maturità senza ritorno” – così Wichter ha ricordato la sua infanzia sfiorita troppo presto e dileguatasi come cenere nel vento.

Così, dopo essere stato inghiottito dal buio di diversi campi di concentramento, all’età di diciannove anni, furono – come lui stesso ha riferito – “l’orrore, il caso, la volontà di vivere e l’intuizione” a condurlo all’incontro con Oskar Schindler, che lo volle come operaio nella sua memorabile fabbrica di Cracovia.

Senza più un nome, Francisco si tramutò da un giorno all’altro in un numero; eppure, il ricordo di quel periodo non gli era amaro: “le condizioni del posto erano le stesse di tutti gli ebrei in quel periodo, lavoro forzato e senza alcun pagamento. Ma il comportamento di Oskar Schindler e di sua moglie Emilie era umano”.

Francisco ha raccontato che non mancavano mai il riscaldamento e l’acqua calda, neppure nei dormitori collettivi. Emilie, la moglie di Schindler, riusciva a reperire medicinali per i malati, alleviando le loro sofferenze. Le morti erano rare, ma quando accadevano, i defunti venivano sepolti di notte in un cimitero cattolico, accompagnati da una cerimonia essenziale, appena sufficiente a preservare un ultimo frammento di dignità.

Ma il dolore non si dimentica: le cicatrici restano per sempre, indelebili tracce che neanche il tempo può cancellare. Il mio, dunque, è un augurio di speranza: che la sua morte possa far rivivere e conoscere la sua storia.

I tentativi di aiutare gli ebrei durante l’Olocausto incontrarono numerose difficoltà, ma non furono certo impossibili: l’imprenditore tedesco Oskar Schindler riuscì a salvarne più di mille.  Come lui, anche altre anime illuminate misero a repentaglio la propria vita per offrire soccorso e rifugio a uomini, donne e bambini destinati a un ingiusto e malvagio destino per la sola “colpa” di essere ebrei. Palatucci, Gino Bartali e tanti altri furono in grado di commuoversi davanti al dolore altrui, di guardare oltre sé stessi e di ascoltare la voce del cuore: una spinta di autentica solidarietà umana che, forse, potrebbe essere il presupposto per una società più giusta e tollerante, affinché il principio di uguaglianza, vigente nella “democratica” Italia, non rimanga una bella scatola colorata, ma vuota di contenuti.

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