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VIDEO – Ranucci: troppe leggi in Italia mettono a rischio la libertà di stampa. Ma i giornalisti siano cani da guardia della democrazia

Al Carcere Borbonico la presentazione del libro del giornalista di Report, promosso da Per Aenigmata “Abbiamo perso di vista il bene comune. Servono giornalisti coraggiosi e indipendenti”

“Sono convinto che i giornalisti siano chiamati ad essere i cani da guardia della democrazia ma diventa sempre più difficile incoraggiare i giovani a dedicarsi a questo mestiere, in un paese in cui, secondo il rapporto Ossigeno, che monitora lo stato dell’informazione, si registra il maggior numero di minacce ai giornalisti da parte dei politici”. Sigfrido Ranucci, anima della trasmissione Report, simbolo del giornalismo d’inchiesta, si racconta al Carcere Borbonico, ospite dell’associazione Per Aenigmata, in un confronto con la professoressa Roberta De Maio e il giornalista Francesco Pionati, a partire dal suo libro “La scelta”. “Oggi, più che mai – prosegue Ranucci – servono giornalisti preparati, coraggiosi e indipendenti. Cinque sono stati i giornalisti uccisi in Europa, per nessuno di loro è stato trovato il colpevole e tutti indagavano sul rapporto tra criminalità e politica. Abbiamo 270 giornalisti sotto tutela in Italia, 22 sotto scorta e deteniamo il record mondiale dei giornalisti denunciati dalla politica. Io solo ho 196 tra querele e richieste di risarcimento. La Rai paga la tutela legale ma in caso di obbligo di risarcimento, si rivale sul giornalista. Ci troviamo di fronte a leggi che prevedono il carcere per le informazioni illecitamente raccolte. Ma come si fa a pensare ai giornalisti come spacciatori di informazioni illecite? I colleghi del Consorzio Internazionale del Giornalismo Investigativo – CIGI hanno realizzato inchieste straordinarie ma hanno potuto accedere alle informazioni grazie ad un data base di informazioni hackerate da multinazionali o enti. Se negli Usa sono celebrati per il loro impegno per la collettività, qui rischierebbero il carcere. A ciò si affianca il divieto di pubblicare i nomi contenuti nelle ordinanze di custodia cautelare in nome del principio della presunzione di innocenza. Ma è chiaro che solo una maggiore informazione tutela i cittadini e impedisce che vengano prese nell’oscurità decisioni che possono influire sulla vita dei singoli”. Ricorda come dal gennaio del 2025 la legge Cartabia prevede come non si possa procedere più contro un imputato, dopo due anni in Corte d’appello e un anno in Cassazione. E non solo, l’imputato ha persino diritto a diventare anonimo. Non solo la collettività, se ha subito danni, non avrà giustizia ma neppure saprà chi è questa persona, che è stato commesso un reato, si va progressivamente verso l’oblio di Stato”.

E prosegue “L’ultimo decreto sulla sicurezza, per quanto riguarda la RAI, prevede addirittura l’obbligo di rivelare informazioni sensibili. A questo punto, mi domando: chi ha ancora il coraggio di parlare in Italia? Chi continua a redigere rapporti? Abbiamo raccolto 120.000 segnalazioni, sapendo che, già il giorno dopo, chi le ha inviate potrebbe vedere il proprio nome inserito in liste dei servizi di sicurezza. Chi sceglie questa strada, lo fa consapevolmente: è la strada della verità, del racconto crudo, del romanzo reale”.

Spiega come quest’anno “ho percorso più di 17.000 chilometri e ho partecipato a oltre 660 presentazioni. È stato un viaggio entusiasmante. Ho incontrato persone attente, desiderose di approfondimento, animate da un’autentica sete di libertà di stampa. Questo libro vuole essere un appello alla resilienza quotidiana necessaria per mantenere alta l’asticella della libertà di stampa, un valore inalienabile dell’essere umano”.

Confessa di aver ereditato dalla madre la passione per il racconto “e la memoria. Se sono tra i pochi giornalisti a non leggere il gobbo lo devo a lei. Anche se era così timida che ogni sera mi raccomandava di non fare nomi. cosa impossibile per me”. Un legame forte, anche quello con il padre, nelle fila della Guardia di finanza, “Mi ha insegnato il valore dell’etica, del rispetto della legge e dell’attenzione al bene comune. Non ho mai dimenticato la sua lezione”. Ricorda come il suo maestro nell’universo del giornalismo sia stato Roberto Morrione, un grandissimo direttore. Sotto la sua guida, ho potuto realizzare importanti inchieste a Rai News 24″.

Bellissimo il racconto dei momenti chiave della sua carriera, a partire “dal ritrovamento del filmato dell’intervista al giudice Paolo Borsellino realizzata con due giornalisti francesi a 48 ore dalla morte di Falcone e mai andata in onda su Canal Plus in cui il magistrato, che non poteva certo essere accusato di essere una toga rossa, faceva il nome di Berlusconi come imprenditore con caratteristiche tali da potere essere attenzionato dalla mafia. Non era ancora sceso in politica e nessuno immaginava potesse farlo. Il servizio di Rai News 24 in cui si mandava in onda l’intervista e per la prima volta si accennava alla trattativa Stato Mafia fu censurato. Era la prima volta. Riuscimmo a mandare in onda stralci del filmato e ricordo che fui chiamato da Mussi dei Ds e Veltri, presidente della Commissione Antimafia. Poi il silenzio assoluto e l’accusa di Berlusconi di aver manipolato l’intervista. Quell’intervista ricomparve nella trasmissione Satyricon di Luttazzi e nell’intervista di Biagi a Benigni per poi essere ripresa da Santoro nel suo “Raggio Verde”. Santoro, Biagi. Luttazzi furono licenziati, io sono ancora qui. A salvarmi fu la scelta di consegnare l’originale del filmato alla figlia Fiammetta Borsellino, nella convinzione che potesse essere un ricordo prezioso del padre. Dimostrava come non ci fosse stata alcuna manipolazione”.

Fino all’inchiesta sul crack di 14 miliardi della Parmalat di Calisto Tanzi “Mi imbattei per caso in un tassista che mi raccontò di essere stato la guardia del corpo di Tanzi, Mi riferì come la famiglia avesse deciso di portare in Svizzera i quadri acquistati attraverso la mediazione di un elettricista che avrebbe dovuto, poi, venderli, Mi chiamò l’elettricista accusandomi di aver mandato a monte l’operazione. Avevo due possibilità, fare lo scoop o denunciare l’uomo nella speranza che fosse recuperata la refurtiva. Mi ricordai dell’insegnamento di mio padre e scelsi di denunciarlo, fui, poi, chiamato dal comandante di finanza che mi ringraziava perchè grazie alla trasmissione Report era stata ritrovata la refurtiva per un valore di cento milioni di euro. Naturalmente mi chiamò anche il tassista che voleva una percentuale”.

Un racconto che prosegue con l’inchiesta sull’uso delle armi chimiche nella guerra condotta in Iraq dagli Usa “Avevo messo le mani sulle immagini dei bombardamenti di Falluja e mi avevano colpito i corpi delle vittime dilaniati o ustionati fino alle ossa. Riuscii a contattare militari americani che avevano partecipato ai bombardamenti e mi confermarono l’uso del fosforo bianco nei bombardamenti. Erano gli stessi Usa che avevano cominciato la guerra con l’accusa all’Iraq di essere in possesso di armi chimiche. Ad aprirmi gli occhi era stato l’incontro con un vagabondo che frequentava il litorale romano e mi parlava della differenza tra il vedere e l’osservare. Rientrai in redazione e mi resi conto che avevamo già trasmesso le immagini dei bombardamenti, solo che non eravamo riusciti a vedere ciò che si nascondeva dietro quelle immagini. Quella che era apparsa come una pioggia bianca era la prova dell’uso delle armi chimiche. Ci trovammo, però, di fronte alla perversione del sistema dell’informazione italiano, nessuno aveva il coraggio di accusare gli Usa, gli stessi miei colleghi non davano credito a quelle accuse. Solo l’ammissione dei soldati statunitensi dimostrò quanto fossero vere. Dopo quell’inchiesta, allo stesso responsabile dei servizi segreti americani fu chiesto di monitorare Rai News. Servizi come quello hanno fatto sì che cominciasse a cambiare la percezione della guerra che avevano gli americani. Da lì è cominciata, poi, l’esperienza di Report”.

Spiega di non essersi mai pentito di aver salvato la vita a un motociclista albanese, schiantatosi sulla strada, poi rivelatosi un affiliato a una rete di narcotraffico che avrebbe dovuto ucciderlo “Ho chiamato l’ambulanza e ho cercato di fermare il sangue, poichè aveva l’arteria femorale recisa. Ci sono valori più alti, da allora ho dovuto ricorrere alla scorta ma so che è stata la scelta giusta”. Ricorda la lettera consegnatagli dalla mamma di una giovane, morta a causa di un tumore, in cui la ragazza sottolineava quanto avesse rappresentato per lei una trasmissione come Report: “La gente è smarrita, chiede punti di riferimento. Troppe volte sottovalutiamo l’importanza dei piccoli gesti quotidiani, soprattutto quando sono a favore della collettività. Abbiamo perso di vista il bene comune. Quando penso al giornalista, oggi penso a un jazzista cieco che deve attraversare una città caotica e trafficata, sente una mano sulla spalla e pensa che sia qualcuno che vuole aiutarlo me è un altro uomo cieco che si affida a lui. Il giornalista deve trasformare la necessità in un atto di coraggio e svolgere una funzione di guida, essere il pastore maremmano di una collettività in difficoltà”. Cita Spoon River in cui dopo la morte del bibliotecario, la sua biblioteca ambulante viene messa all’asta “mentre dobbiamo difendere il diritto ad essere informati, a fare scelte consapevoli e a non consentire a nessuno di renderci infelici”.

E a Pionati che sottolinea le contraddizioni di un’informazione dominata dai social in cui conta solo la velocità della comunicazione e manca la capacità di approfondimento “Dobbiamo fare i conti con le notizie delle agenzie che non sono sempre oro colato, con le dichiarazioni dei politici sui social, con l’omologazione dei mezzi di comunicazioni. Siamo frastornati di fronte alle migliaia di notizie, ci ritroviamo ad essere dei bibliotecari ubriachi. Quando parliamo di social, poi, la notiziabilità non coincide con la verità, lo dimostrano tanti video cliccatissimi che si rivelano poi essere dei fake. Ecco perchè i cittadini devono avere gli strumenti per poterle distinguere”. Mette in guardia sui pericoli dell’intelligenza artificiale “Rischia di mettere in discussione il merito e di favorire la deresponsabilizzazione, è uno strumento seduttivo che consente di ottenere qualcosa senza spendere energie e rischia di tramutarsi in deficienza naturale”. E’ quindi Roberta De Maio a sottolineare come lo scenario delineato da Ranucci non sia così diverso dai mondi distopici raccontati da Orwell o Wells e sottolineare l’importanza di risvegliare le coscienze, promuovendo la fruizione culturale.

 

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