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E’ la passione il motore dell’esistenza. Senza di essa tutto appare sbiadito, insignificante, se non addirittura controproducente. La passione rigenera, crea speranze, combatte la solitudine, fa sentire vivi. A questo pensavo qualche giorno fa soffermandomi sui resoconti giornalistici che davano conto della scomparsa di Ettore Scola. Un Maestro. Un grande. Un artista dal pensiero robusto e dal cuore forte. Figlio di una generazione che ha dovuto conquistare tutto con l’intelligenza e con la fatica. Sì, il nostro illustre conterraneo aveva il pregio di affrontare le grandi sfide con straordinaria passione, restando nel suo costume umile, testimoniando quel valore della sinistra impegnata che oggi è rarissimo da rintracciare. La sua ironia però trasudava tristezza. Sferzante ma lieve, mai volgare, sempre tesa a capire i sentimenti che animano il paese, a metterli sulla scena come brani intensi di vita vissuta. Scola ci lascia una grande lezione morale, in un tempo in cui è proprio l’assenza di passione civile la responsabile del naufragio dei valori. E pensavo (in maniera struggente) che molte delle cose che oggi accadono nel mondo sono il risultato di una devastante indifferenza che attraversa la società. Vedere, ad esempio, quei corpicini inermi di bambini travolti dalle onde e restituiti alla terra ferma senza più vita, non solo è angosciante e terribile, ma mette a nudo l’impotenza di una umanità sempre più cinica, svuotata di se stessa, impietosa, tutta ripiegata sul proprio tornaconto. Il benessere (?) e la globalizzazione ci hanno suggerito la costruzione di una società fondata sull’individualismo, ben lontana dall’impegno per il bene comune. Ma come mai è possibile, mi chiedo, che oltre l’immediata emozione che quelle immagini suscitano non ci sia una reazione tale da porre fine a questa tragedia epocale? Come si può comprendere un’Europa che, invece di mettere in campo una strategia capace di porre fine a questa immensa tragedia, litiga sulle quote dell’accoglienza o sulle banalità cui assistiamo nel diverbio Renzi-Junker. Resta Francesco. Ma il suo dolore, il suo monito non infrangono quel muro invisibile di disumanità che è l’origine di tante stragi con vittime innocenti. Io penso che di fronte a questa tragedia tutto diventi insignificante. Anche ciò che muove gli interessi di grandi potenze che con la loro politica estera affermano il disvalore della guerra rispetto alla necessità impellente del dialogo. Che nasce dalla passione civile, dal desiderio di credere nell’esistenza di un altro mondo oltre questa barbarie. Certo se la passione è il motore dell’essere, da sola non è sufficiente. Occorrono impegno, competenza, professionalità che diano sostanza alla passione. E desidero tornare ad un tema a me molto caro (anche il Maestro Scola ne è stato narratore con la sua filmografia) che è quello della questione meridionale. Di proposito, costretto a letto per una accidentale influenza, ho voluto ascoltare la relazione che il segretario del Pd e premier Matteo Renzi ha fatto alla direzione del suo partito. Egli aveva cominciato col dire “parlerò di Sud” e poi a questo argomento ha dedicato solo qualche minuto, a conclusione del suo intervento. In questi pochi attimi rimastigli, per non tediare l’uditorio, Renzi ha parlato del Mezzogiorno che avanza, ma non grazie al governo. Ha detto di Pompei, di Ercolano, della Reggia di Caserta e della scelta della Apple di insediare il primo centro europeo di formazione a Napoli. Già, dimenticavo. Ha chiuso il suo intervento soffermandosi sulla crisi dell’Ilva a Taranto. Ma è solo questo il Mezzogiorno? No caro Renzi. Il Sud è ben altro. E’ quello, ad esempio, dal quale i giovani scappano perché non trovano lavoro, quello che non riesce a liberarsi dalla criminalità (qualcuno ha detto “sono fatti loro”), quello dove la malapolitica, anche del suo partito, è collusa con i poteri mafiosi e camorristici, quello in cui per andare da Napoli a Bari non c’è ancora un treno, per non parlare del disagio a cui si è sottoposti se si vuole arrivare a Reggio Calabria. E’ questo il Sud che ha bisogno di passione civile per uscire anche dal mero dibattito meridionalistico che sopravvive stancamente anche nelle letture dei nostalgici dei Borbone. Su questo fronte non una sola parola. Ed è ancora più mortificante il silenzio caduto in quella direzione del Pd da parte della deputazione meridionale. Segno che qui si è ancora alla ricerca di una classe dirigente che oltre al potere non riesce ad avere pensiero. Avevo cominciato ricordando Ettore Scola e la sua grande passione. Ciò consente di soffermarmi, sia pure brevemente, su quello che accade nella nostra provincia e nella sua città capoluogo, visto che proprio l’Irpinia è stata nel cuore del Maestro fino alla fine. Io penso che il degrado che ha qui raggiunto la politica non ha paragoni nei decenni passati. Nel Pd si è lacerato il partito in un dibattito estenuante, inconcludente, pettegolo, all’insegna di una brutale lotta di potere che avrà un solo risultato: allontanare la comunità dalla politica che diventerà feudo di pochi soggetti noti per i loro sfasci e al cui cambiamento è difficile credere. Conclusosi il referendum sulla segreteria De Blasio, con le forzate dimissioni di quest’ultimo, ora l’attenzione (modo nobile per non dire scontro) si va concentrando sul Comune capoluogo. Le bande già si muovono nella contestazione per la giunta fatta da Foti. Il quale, purtroppo, è per gran parte responsabile del disastro visibile nella città ferita a morte, con cantieri ancora tutti aperti e promesse di bonifica come per l’Isochimica, o, ancora, per la restituzione della Dogana ai cittadini, e infine per aver dato una svolta alla crisi del Teatro “Gesualdo”. Se questo è vero ora occorre lavorare per il futuro. Fare in modo che al corpo elettorale venga presentata una figura di quella borghesia avellinese che per troppo tempo si è tenuta in disparte.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa

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