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Castelfranci, dal feudo dei Franchi al borgo. Bascetta ricostruisce le radici del centro irpino

Un itinerario tra vici e pagi delle colonie di Liguri Bebiani, disperse qua e là sulla dorsale dell’Appennino Napoletano. Parte da questi primi insediamenti coloniali il volume di Arturo Bascetta “Castelfranci, il Castelluccio di Baiano”, edito da Abe, che spazia alla ricerca di una corrispondenza logica fra le antiche e vicine Castello dei Franchi e Monte Mariano di Boiano dei Mariani e le nuove Castelfranci di Boiano e Monte Marano rifondate dai Lombardi nel 1093, che a volte sembrano combaciare, altre volte allontanarsi completamente nei secoli.
Secondo l’autore, dalla prima sarebbe nata l’altra, risalendo quei popoli il fiume Calore dal Sannio Antico di Telese al Beneventano. Ecco ripresentarsi, una dietro l’altra, le vicende dei Franchi e dei Normanni. L’arrivo dei Mariani e la convivenza con culti in opposizione al Papa portò presto allo scontro, allontanando il Pontifex Giovanni, giunto da Bisanzio, in direzione di Sala Consilina, da dove presero a risalire i monti, rifondando Conza e la sua diocesi, sottomessa al Principato. Con “Castelfranci” Arturo Bascetta, da topo di biblioteca qual è, ci consente di accedere a importanti documenti del nostro passato dei quali si sentiva la mancanza. E, nel contempo, le sue ricerche sono una vera e propria miniera di notizie indirizzate alla conoscenza e alla comprensione dei nodi più complessi della vicenda umana e politica della verde Irpinia.
I Duchi guiscardiani, padre Rogero e figlio Viscardo, furono pronti a riorganizzare tutto in forma autonoma, liberandosi presto anche del viceré della falsa Langobardia Minor, Ruggero I Altavilla, dopo il fallimento del Regno d’Italia del ribelle Re Corrado di Pavia e del Papa che s’era inventato una Lombardia Meridionale per distruggere quella imperiale di Capua.5
A Borsa, sloggiato il Doge, non restò che spostarsi di qualche metro, da Maiori a s.Lorenzo, e rifondare la nuova Amalfi su suolo cattolico per fare un favore al Papa, ottenendo in cambio il Principato di Aversa che tenne in associazione al figlio. Nasceva l’era della «Post Recuperazione» di cui parlano le pergamene per riannettere ad una sola urbe cattolica, Nova Amalfi, sia le chiese greche che quelle bizantine.
Fu così che Borsa si riprese dagli Altavilla e dai Sanseverino tutti i feudi strappati al Papa in nome dell’Imperatore, facendo tornare dalla sua parte sia il nuovo Principato neaheapolitano di Sala col Ducato vecchio sul fiume Malfia del Cilento, sia quello di «Nova» di rito evangelico che egli stesso aveva fondato in Atrani, corrodendo l’orto Santo appartenuto ai Magni.
Fondò cioè un solo Granducato in cui far rientrare gli stati con chiese di rito greco e bizantino per annullarle e cancellarle, ricostruendo solo chiese in nome di San Pietro e della Genitrice di Dio e non più in nome dei martiri di San Paolo e dei santi bizantini di S.Maria degli imperiali di Costantinopoli. La diocesi di Conza del Principato Citra di Sala Consilina resterà per dieci anni sottomessa a Novas, l’urbe del Principato e Ducato di Amalfi che durerà dal 1101 al 1111, lasciando il passo poi a Salerno. Ma questo accadrà solo quando Borsa sarà assassinato perché s’era messo in testa di fare il vicario di Dio, in un regno che sarà solo del figlio dell’uomo che lui aveva ucciso: Ruggero II Altavilla.7
Il libro analizza meticolosamente le condizioni della vita feudale dei Franchi di Radulfo e dei Gesualdo, dal cui ceppo si distaccò Elia, quando padrone della Terra era un solo signore che darà origine alla lunga dinastia feudale.
Rivive quindi in queste pagine il Ducato diocesano di Civitate Conza annesso al Principato regio di Sala Consilina, sottomesso al Marchionato lombardo di Nova Salerno. Sembra di vederli i feudi di Castellutium Franci et Bayranum, come nel Catalogo dei Baroni del 1096, ora sottomessi al Tribunale dei Lombardi fondato a S.Angelo per demanializzare la Diocesi di Conza: nasceva la Baronia da Bisaccia e M.Marano a Gesualdo.
Castelfranci fu quindi unita a Nusco sotto i Franchi di Radulfo, quando nasce San Giovanni in Gualdo donato a Cava, grazie a Simone Tiville che dona a Cava i beni di S.Iohanne e a Montemarano il feudo di Bayrano.
Simone dona anche gli uomini di Vicosolofra e altri beni del priorato di S.Giovanni all’abate di Cava, diverso da Fontigliano che il figlio rende soggetto a Nusco.
Il pezzo forte feudale resta quello di Bayrano, precedente e vicina a Castelfranci di Bojano, che ha a che fare con Elia dei Balbano, quando Bayrano fu disabitata con la distruzione di Giffoni.
E rieccoci in Demanio Regio, nella Contea di M.Marano del Comes Elia Gesualdo di Bayrano, lontano dalla Contea arianese del Conte Giordano, con la produzione della seta fra S.Magno Alter di Pietra Pizzuta e Pinna Sancti Menna.
Ora ci sono i Balbano, da Apice a Calabritto, poi riparte la Contea a Conza, fino al sequestro dei feudi di Castelfranci all’arrivo degli Svevi, quando Baiano era degli imperiali di Giffoni.
Mancava un exursus su Angioini, la tassa del Focolare e il Bajuolo del comune per la via Saba Major di Cassano, e sulle tasse minori per la coniazione di moneta, adoha, stipendio per i lupari, per l’addizionale e la guerra.
Questa, sembra voler dire Bascetta, è la storia di Castelfranci, Baiano, Bagnoli e Mons Maranus, che ricompaiono fra le terre del Rescritto Angioino, non è una favola, non è una passeggiata banale descritta dai viaggiatori occasionali.
Questo scritto è un impegno serio, nello Stato dei Della Marra con sede a Serino, insieme a Volturara, fino a quando Castelfranci e Baiano tornano nello Stato di Montemarano, sotto i Naccarelli, e poi con i Marchesi di Mirabella, fra il 1600 e il 1700.
Il volume termina con un passaggio sull’Ottocento, con la vita politica e amministrativa, le professioni, i mestieri, e i primi elettori, scelti fra commercianti e artigiani del nuovo borgo.
E’, questa, la vera storia di Castelfranci, un piccolo borgo con l’immenso quadro del Vigilante, le chiese e gli organi musicali costruiti dai migliori maestri di tutto il Regno.

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