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“Armando Cossutta, comunista”

 

Aveva due passioni: il comunismo e l’Inter, la politica e il calcio. Armando Cossutta se ne è andato a 89 anni. Il più filo sovietico dei dirigenti del PCI. Il più lontano dalle posizioni di Enrico Berlinguer. A dividerli nel 1981 la scelta dell’allora segretario comunista di sganciare il partito da Mosca sostenendo che si era ormai esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre. Cossutta definisce quella scelta lo “strappo” e la contesta duramente. Anni dopo ammette che Berlinguer aveva ragione. Il sistema sovietico non era più in grado di superare dall’interno le contraddizioni che progressivamente lo stavano soffocando e non aveva le energie per compiere un salto in avanti per un suo profondo rinnovamento. Nel 1991 la rottura con Occhetto che aveva deciso di sciogliere il PCI per dare vita al PDS. Fedele ancora una volta ai suoi ideali Cossutta insieme a Garavini forma una nuova formazione politica: Rifondazione Comunista di cui diventa presidente. La sua “creatura” viene affidata nel 1994 ad un ex sindacalista della Fiom Fausto Bertinotti. Pochi anni dopo nel 1998 la rottura tra i due. A dividerli la scelta di Bertinotti di ritirare l’appoggio al governo di Romano Prodi dopo il no del Professore bolognese a modificare l’impianto della legge finanziaria. Per continuare a sostenere l’esecutivo Cossutta decide di dare vita con Oliviero Diliberto e Marco Rizzo ai Comunisti Italiani e costituisce immediatamente un gruppo parlamentare autonomo. La mossa non è però sufficiente a salvare il primo governo a guida ulivista, che cade per un solo voto di scarto. Il partito entra poi nel nuovo esecutivo di centrosinistra guidato da Massimo D’Alema. Nel spiegare il perché del sostegno al governo, Cossutta ricorre alla storia dei comunisti sostenendo che Togliatti metteva davanti a tutto l’interesse nazionale mentre Bertinotti sceglie il piccolo “particolare” e cioè la crescita del movimento. Le strade si dividono. Cossutta resta presidente dei Comunisti italiani per diversi anni, ma nel 2006 si dimette dalla carica per divergenze con Diliberto, che dei comunisti italiani era nel frattempo divenuto il segretario. Una vita dunque fatta di contrasti ma sempre ispirata ad un comportamento lineare. Lui stesso spiega che la rottura del ’91 e quella del ’98 sono per certi versi simili. Un paradosso certamente ma le similitudini per Cossutta sono da ricercare nell’obiettivo che Occhetto e Bertinotti si pongono: cancellare la cultura comunista in Italia. Il primo per un approdo liberale con suggestioni craxiane, il secondo per inventarsi antagonista e movimentista. Due modi di intendere la politica che Cossutta rifiuta. La sua idea resta ancorata al partito di massa che deve vivere tra la gente e non sulle nuvole. Per questo è orgogliosamente un uomo legato al sistema proporzionale e si batte contro l’introduzione del maggioritario uninominale. E’ convinto e lo scrive che “il bipolarismo porta inevitabilmente alla personalizzazione della politica per cui l’elettore finisce per identificarsi non tanto con un partito o uno schieramento, quanto con il leader. La personalizzazione diventa però patologia del sistema quando scompare il contrappeso alle leadership e allora al posto dei partiti e del loro ruolo insostituibile si insediano delle oligarchie di ceto politico”. Un’analisi che a distanza di anni resta lucida e precisa. La fine dei grandi partiti ha portato alla nascita di soggetti politici modellati sulla figura del leader. La sua ascesa o discesa condiziona il percorso del partito. Cossutta chiude con la politica attiva e nel 2004 scrive un libro insieme al giornalista Gianni Montesano “Una storia comunista”. Un titolo che riassume la sua vita. Sulla copertina la frase simbolo “se domani ci sarà una pietra sulle mie ceneri, per favore scriveteci sopra: Armando Cossutta, comunista”.

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