Di Mino Mastromarino
Crepuscolo della grammatica. Anzi sepoltura ignominiosa. Paolo Di Stefano ha denunciato la scomparsa della critica letteraria e la suscettibilità degli scrittori, sintetizzando, sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, il dialogo immaginario tra un romanziere e l’amico recensore. Di seguito la sfortunata introduzione dell’articolo: “Un critico telefona a uno scrittore per annunciargli che ha appena consegnato al giornale la recensione del suo nuovo romanzo”.
“Suo” è infatti sbagliato giacchè non riferito al soggetto della frase ( che corrisponde al recensore, non al romanziere ). I possessivi (aggettivi e pronomi) servono a introdurre una relazione tra un’entità e un possessore (reale o figurato). Di sicuro, si tratta di errore scusabile, posto che l’autore è scrittore, giornalista, critico letterario, curatore editoriale, poeta, librettista e direttore artistico italiano. Tuttavia, siamo pervasi dall’allarmante sensazione di un qualche rapporto tra il ripudio della grammatica e l’attuale disordine politico, emotivo, globale, individuale. Morale. La regola grammaticale – contrariamente all’opinione comune – non è fine a sé stessa. Vale a tutelare una relazione, una corrispondenza.
Tra nomi, verbi, aggettivi. Uomini e cose. Che hanno – tutti – bisogno di una disciplina, almeno conoscitiva. Screditare, svilire o addirittura abbandonare la norma grammaticale significa rinunciare al linguaggio, cioè alla relazione, alla socialità, alla comunicazione, alla connessione. Si pensi alla disgraziata locuzione “ piuttosto che”, passata dall’ appropriato uso congiuntivo a quello insensatamente disgiuntivo.
La condizione babelica che stiamo vivendo non rappresenta solo l’effetto della cessione della sovranità personale in favore dell’intelligenza artificiale; ma è, anche e soprattutto, la vendetta della grammatica negletta. Che proprio la terra di origine di due Suoi illustri predecessori – Francesco De Sanctis e Fiorentino Sullo – non merita.
Le aree interne meridionali, come l’Irpinia, sono quelle maggiormente erose dallo spopolamento. Non meritano la desertificazione e nemmeno la musealizzazione selvaggia; men che mai, la retorica delle rovine di cui si compiace tanta parte della classe politica e degli intellettuali locali.
Si ritorni senza tentennamenti alla strategia di ricostruzione post-bellica, ispiratrice della legislazione di sostegno e di mantenimento incondizionati alle scuole di montagna e delle zone disagiate.
Con la recentissima sentenza n. 2202 del 2025, il Consiglio di Stato ne ha ribadito il principio fondamentale: i plessi scolastici montani devono rimanere sempre aperti, a salvaguardia dell’inviolabile diritto allo studio ( in particolare, della grammatica).
Come i giudici amministrativi, la Politica sa ( pure e meglio dovrebbe sapere) che queste scuole non svolgono solo una funzione educativa; ma costituiscono un presidio fondamentale per la coesione sociale e per il contrasto all’emorragia demografica.
Il lungimirante art. 44 della Costituzione ha previsto – non a caso – che ” la legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane”.


