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Dopo tante analisi sul voto amministrativo di domenica scorsa, in cui i dati indiscussi danno cifre nette e precise su chi vince e chi perde. In termini di conquiste e di abbandoni di comuni piccoli e grandi, c’è da fare una riflessione più profonda su ciò che emerge dalle urne. Parrà strano, forse azzardato pure dirlo, rispetto a un generale convincimento, addirittura incontestabile. Ma esaminando, sotto sotto, questo voto, si ha la sensazione che “perdano” un po’ tutti nei disegni di prospettiva.

Chi più, chi meno- partiti o movimenti che siano- mostrano limiti oggettivi, che ne compromettono il percorso, non avendo né potendo dare certezze. Cominciamo dal centrosinistra, dal Pd. Se prima del voto, la leaderschip di Renzi era ancora agl’inizi di un difficile rodaggio per recuperare credibilità e affidabilità perdute, dopo la batosta referendaria del dicembre scorso , che lo aveva costretto a lasciare il governo e a riconquistare il partito, oggi è di nuovo e forse definitivamente azzoppata. Il problema comincia ad essere altro e davvero non più rinviabile: questa leadership è ancora spendibile? Ha ancora oggettive chance di riconquistare credibilità o è irrimediabilmente compromessa? La seconda ipotesi ci sembra tra le più concrete e amare: è la realtà che la prefigura con impietosa crudeltà.

Renzi contestato fino a qualche tempo addietro, ora è invitato dal “vuoto” di domenica a mettersi da parte, a una ingloriosa Caporetto. Cosa che gli suggeriscono anche molti commentatori, critici o meno critici, convinti che il suo futuro è più fosco che mai e che la sua spinta originaria è ormai fallita . In una sinistra, divisa in mille rivoli, per come sono giunte a stare le cose, se vuole ancora contare e dire la sua, deve guardare oltre, a un nuovo timoniere, capace di mettere d’accordo le varie anime della ciurma. Uno scenario non certo agevole, conoscendo la irriducibilità di Renzi e compagni, pronti a vendere cara la pelle con barricate, destinate a frammentare ulteriormente il Pd, sulla scia della remota guerra delle eresie tra Albigesi e Valdesi: “Da Dio salverà i suoi”. Passando al centrodestra, anche se i motivi di gioire sono molti, per un quasi cappotto elettorale, anche qui riaffiorano le spine di una “serena vittoria” come la definisce Brunetta. A parte la gara in atto su chi debba attribuirsi la paternità effettiva di questo successo, che già mette gli uni contro gli altri, il grosso e complesso nodo da sciogliere resta la mancanza di una leadership.

La Meloni è improponibile perché rappresenta una parte minima, ma non facilmente gestibile, dello schieramento; Salvini anche se trascina non rassicura affatto, Berlusconi è sempre in castigo, impresentabile per la legge Severino: insomma tutto resta sub judice in vista di un voto anticipato sempre in agguato. Ricordiamo, per chi lo avesse dimenticato, che nelle amministrative si eleggono sindaci e consigli, alle politiche, per vincerle, servono leadership credibili, libere da “lacci o lacciuoli”, quale che siano ideologici o giudiziari. Insomma: Berlusconi è e resta sicuramente una grande risorsa ma il centrodestra, fino ad oggi, è stato incapace di trovarne una sostitutiva o alternativa al Cavaliere.

Che dire dei Cinque Stelle? Che anche loro, pur se vincenti in alcuni grossi centri, non sono riusciti a radicarsi nelle realtà di base, dove si alleva gradualmente una classe dirigente poi chiamata a nuovi e più complessi cimenti. Un discorso era la guida di Casaleggio, un altro è quella di Grillo, sempre più disorientata e disorientante. Restano infine nell’ombra, ma non è una novità, il Centro con una leadership debole e ambigua, che si aggrega secondo la tradizionale formula dei due forni, e la “sinistra aventiniana”, ancora nel cenacolo in attesa di una Pentecoste, di una illuminazione, di un leader. Pisapia, Bersani, Prodi, Cuperlo, Fratoianni…. da continua resa dei conti. Senza contare che l’astensionismo, preoccupante, oltre ogni sostenibilità, cui si è messa la sordina, è un monito per tutti.

edito dal Quotidiano del Sud

di Aldo De Francesco

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