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Auto dietrofront UE: salta lo stop alla produzione di motori termici previsto per il 2035, ecco le modifiche

di Egidio Leonardo Caruso

È notizia di qualche giorno fa l’UE fa retromarcia sullo stop alla produzione di motori termici inizialmente previsto per il 2035, Stéphane Séjourné Vicepresidetnte esecutivo della Commissione europea e Commissario europeo per l’industria: “un intervento a sostegno di un settore a rischio estinzione” ha dichiarato. La misura rientra in un più ampio pacchetto di revisione delle norme relative al settore automotive, a cominciare dagli standard CO2 dei nuovi veicoli con i livelli di emissioni che scendono al 90% dal 100%, dando più spazio a carburanti alternativi come quelli naturali, sostenuti dall’Italia. Si tratta di una svolta dopo mesi di contrasti e aspre polemiche che hanno visto protagonisti diversi leader europei attestati su posizioni diverse, Germania, Italia, e Francia vale a dire i maggiori costruttori di auto, che hanno spinto per arrivare ad una revisione delle norme per dare risposte ad un settore che versa in una crisi profonda, meno propensa in tal senso invece, la Spagna che ha investito molto nel green. La partita è appena cominciata in gioco c’è la sostenibilità non solo sul piano industriale ma anche sociale della transizione ecologica, il settore automotive rischia di perdere centinaia di migliaia di posti di lavoro, secondo alcuni dati diffusi da Il Sole 24 Ore l’Europa, si trova attualmente ad affrontare uno svantaggio in termini di costi fino al 35% rispetto ad altre regioni, dovuto all’aumento dei costi di materiali, energia e manodopera, oltre a regimi normativi e di emissioni di carbonio più severi, se non affrontata questa situazione potrebbe ridurre la creazione di valore nel settore dei componenti per auto, del 23% e mettere a rischio 350.000 posti di lavoro entro il 2030. Senza contare poi l’aggressiva concorrenza cinese, il Dragone infatti ha puntato sull’elettrico vent’anni fa e ora si gode il successo sia in virtù di ingenti finanziamenti governativi, politiche industriali ed energetiche ultramoderne, sia perché è stata in pochissimo tempo capace di costruire una sovranità tecnologica, promuovendo la ricerca, lo sviluppo di chip e sistemi operativi, intelligenza artificiale e batterie allo stato solido per l’industria automobilistica, con l’obiettivo di estendere la propria egemonia sull’Europa, arrivando a conquistare importanti quote di mercato.

La quota dei veicoli made in China, ha raggiunto il 9% mentre in Italia si arriva fino al 5,5%. Se poi si includono anche le altre Case europee come: Lotus, Polestar, Smart e Volvo, a controllo cinese, nonché i brand del gruppo DR, i modelli della Cirelli e della EMC, la penetrazione di quell’ensemble che arriva direttamente o indirettamente dalla Cina ha già sforato la quota del 10% della domanda di auto nuove nel nostro Paese, con una crescita del 43% nei soli primi dieci mesi del 2025.

Le modifiche varate dalla Commissione UE lasciano uno spazio nel mercato post-2035 per la commercializzazione di veicoli dotati di motori termici, ibridi plug-in e con range extender, superando l’idea di una transizione limitata esclusivamente a veicoli elettrici puri o a idrogeno, il piano prevede un tetto del 10% alla vendita di veicoli alimentati da biocarburanti o carburanti sintetici a emissioni zero. Per compensare quel 10% di emissioni residue tollerate, le case automobilistiche dovranno accumulare “crediti” attraverso strategie specifiche, le opzioni includono la produzione con acciaio a basso tenore di carbonio fabbricato nell’Unione Europea e l’adozione di carburanti sostenibili, come i carburanti sintetici (e-fuel) e i biocarburanti non alimentari, ottenuti ad esempio da rifiuti agricoli o olio da cucina usato, secondo le stime europee questa revisione permetterà che una quota del 30-35% del mercato post 2035, sia coperta da veicoli non pienamente elettrici.

Oltre alla cruciale modifica sul 90% delle emissioni, Bruxelles introduce altre flessibilità: viene concessa un’estensione temporale di tre anni, dal 2030 al 2032, per conformarsi ai nuovi limiti di taglio delle emissioni e l’obiettivo di riduzione delle emissioni per i furgoni entro il 2030 viene rivisto al ribasso, passando dal 50% al 40%, per stimolare la domanda di veicoli elettrici di piccole dimensioni prodotti nell’UE, è stata introdotta una nuova categoria di veicoli nell’ambito dell’iniziativa “small affordable cars”, che comprende veicoli elettrici fino a 4,2 metri di lunghezza. Questi veicoli beneficeranno di vincoli normativi congelati per un decennio e, se prodotti nell’Unione, potranno essere usati come “supercrediti” per raggiungere gli obiettivi di emissione di flotta. Parallelamente l’UE ha stanziato un sostegno di 1,8 miliardi di euro, di cui 1,5 miliardi con prestiti senza interessi già il prossimo anno, per la filiera delle batterie interamente prodotta nel continente.

Per le flotte aziendali che rappresentano circa il 60% delle vendite di auto nuove in Europa, l’Italia secondo la proposta, dovrà garantire una quota minima di veicoli aziendali a emissioni zero del 45% dal 2030 e dell’80% a partire dal 2035, lasciando comunque ai singoli Stati la libertà di decidere le modalità di raggiungimento.

Tuttavia i dubbi su costi, volumi e reale sostenibilità dei biocarburanti restano, il prezzo del biodiesel è più alto del diesel fossile, gli e-fuel invece toccano addirittura i 10€ a litro, sul ciclo-vita secondo Transport & Environment, i biofuel emettono ben tre volte i gas serra di un mezzo a batteria, inoltre nonostante gli stanziamenti europei per le infrastrutture di ricarica e le sovvenzioni per l’acquisto di veicoli elettrici, l’allentamento degli obiettivi di emissione solleva la preoccupazione che gli investimenti nelle infrastrutture di ricarica – un elemento fondamentale per l’adozione di massa – possano subire un rallentamento. Anche in mercati che hanno attivato programmi di sostegno come quello spagnolo, i maggiori beneficiari sono stati spesso i produttori cinesi, che offrono modelli più convenienti rispetto ai concorrenti europei.

Se da una parte la mossa dell’UE sembra voler ricercare un compromesso fra gli obiettivi del Green Deal la realtà industriale e le preoccupazioni economiche, ricordiamo che manca ancora il via libera definitivo dei governi dei 27 Stati membri e dell’Europarlamento, dall’altra altri come la Cina, già oggi corrono molto più del nostro Continente, rallentare ulteriormente non rischia di far perdere definitivamente la sfida, condannando l’Europa alla totale marginalità?

 

 

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